Durata: 6 mesi
Paesi percorsi: Brasile – Argentina – Paraguay – Bolivia – Cile – Uruguay – Panama – Nicaragua – Costa Rica – Honduras – El Salvador – Guatemala – Belize – Messico
Periodo: febbraio – marzo – aprile – maggio – giugno – luglio
Sin da piccolo ho sempre invidiato coloro che conoscono con certezza assoluta cosa vogliono fare da grandi. Purtroppo io non ho mai avuto le idee chiare sull’argomento. Naturalmente se fossi nato in un’altra epoca sarei stato un esploratore, mi sarei lanciato alla scoperta di nuovi mondi, viaggiando per anni in lungo e in largo. Al giorno d’oggi ovviamente le cose non funzionano più così, ma è anche vero che la vita è quella che ci scegliamo, e che spesso i vincoli a cui siamo relegati non sono altro che paletti che noi stessi ci imponiamo di rispettare.
L’idea di questo lungo viaggio comincia a radicarsi nella mia mente nel 2012 mentre mi trovavo in un piccolo ristorantino di un villaggio sperduto nel sud del Vietnam. Quando si incontrano altri viaggiatori, ancor più se si tratta di backpackers, diventa quasi un fattore naturale interagire con semplicità. Si percepisce un legame, un sentimento di condivisione e di fratellanza. Faccio così la conoscenza di un ragazzo tedesco, unico altro commensale oltre a me e ai miei compagni di viaggio. Ci racconta di essersi preso un anno sabbatico per conoscere il mondo e che proprio quella sera “festeggia” i primi 6 mesi lontano da casa. Di certo non era la prima volta che incontravo personaggi più o meno stravaganti che vagavano da mesi o addirittura da anni. In qualche modo avevano sempre suscitato il mio interesse, sia per l’esperienza che stavano vivendo sia per le loro idee e i loro ideali che spesso condividevo e sentivo fortemente affini ai miei. Ciò che mi colpì particolarmente di questo ragazzo però fu il suo equilibrio, la pace interiore che pareva avesse trovato. Sarà stato il contrasto col fatto che noi disponessimo solo di 23 giorni e dovessimo viaggiare di notte per guadagnare tempo (Sud-Est Asiatico 2012 – insieme a Myriam, Simone e Ilaria), ma ricordo di averlo guardato fisso negli occhi e di non essermi mai sentito così invidioso in vita mia.
Il seme di questo sogno è piantato, ma questo non basta. Una serie di eventi lieti e tragici in qualche modo mi spingono verso questo passo. La scomparsa del abuelo, mio nonno, a cui ero legatissimo, dapprima mi abbatte con inaudita violenza, ma poi mi induce a riflettere sull’inesorabile scorrere del tempo e su ciò che voglio davvero. Pensieri forse anche banali, ma su cui spesso non ci soffermiamo abbastanza. Cosa mi rende realmente felice? Il tempo è l’unico bene che non possiamo comprare, è limitato per ognuno di noi, e che ci piaccia o no, prima o poi si esaurirà. Non è quindi forse il caso di cercare di realizzare i propri sogni approfittando di ogni singolo istante? Non è forse il caso almeno di tentare di essere felici? Per farlo non esiste una ricetta che valga per tutti, ognuno deve trovare la sua strada, capire cosa lo gratifichi e lo faccia stare bene. Può essere la carriera, può essere la famiglia, può essere qualsiasi cosa. Per me di certo è viaggiare.
Altro evento catalizzatore è offerto da una proposta di lavoro che porterebbe Myriam a viaggiare per mesi all’estero. È quindi giunto il momento di cogliere l’occasione al balzo unendo l’utile al dilettevole. Chiedo un’aspettativa di 1 anno, in caso contrario comunico già che sono pronto a dare le dimissioni. Mi viene fatta una controproposta, 6 mesi di aspettativa e la possibilità di conservare il mio impiego. Accetto.
Quella che sembrava essere solo una fantasia ora prende sostanza e diventa concreta. Ad accompagnare me e Myriam in questa nuova avventura c’è finalmente di nuovo Christian, con il quale anni fa, avevo già condiviso il mio primo viaggio da mochilero (America Latina 2005-2006 insieme a Christian e Simone). Anche Christian sta attraversando un periodo difficile e sente la necessità di un cambiamento radicale. Anche in lui poi, il richiamo ad afferrare lo zaino e partire non si è mai placato. Non potevo quindi immaginare compagni migliori. Mia moglie, la donna che amo e che è parte integrante di me stesso, e il mio migliore amico, colui che c’è sempre stato, che mi conosce forse meglio di chiunque altro e con il quale nutro un legame profondissimo.
Dove andare? Per noi la scelta è scontata. Il continente che amiamo alla follia, quello in cui ci sentiamo liberi e a casa. L’America Latina ci attende. Esploreremo zone del sud America che abbiamo trascurato, torneremo in quei luoghi che ci hanno fatto perdere la testa e ci lanceremo verso la conoscenza dei paesi, per noi ancora inesplorati, dell’America Centrale.
Un itinerario impegnativo che ci vedrà attraversare ben 14 paesi, alcuni dei quali obbiettivamente piuttosto pericolosi. Conosceremo una quantità di persone meravigliose, sia tra i viaggiatori che tra la popolazione locale, con i quali stringeremo legami di profonda amicizia che tutt’oggi sopravvivono più saldi che mai nonostante il trascorrere degli anni. Dedicheremo quasi una settimana al volontariato, pochi giorni che sapranno regalarci emozioni uniche e che ci arricchiranno come mai nessun’altra esperienza aveva fatto in passato.
Che dire? 6 mesi di vagabondaggio non sono una vacanza, non sono un viaggio, o meglio, non un viaggio convenzionale. 6 mesi sono vita, pura vita che scorre lungo le vene e che punta dritta all’anima. Un tempo per riflettere, un tempo per imparare a guardare il mondo con occhi nuovi, un tempo per cambiare sé stessi. Certo in passato avevo già intrapreso lunghi periodi lontano da casa facendomi trasportare qua e là dal vento, ma questa è stata di certo l’esperienza più avventurosa e consapevole tra tutte. Perché “consapevole” vi chiederete? Semplicemente perché mai come in questo frangente delle nostre vite siamo stati così consapevoli delle nostre scelte, consapevoli che fosse quello che volevamo davvero fare e di cui avevamo fortemente bisogno. Consapevoli del modo in cui affrontare e vivere a pieno questa nuova “follia”, senza timori di sorta e con la convinzione che un atteggiamento positivo, un approccio aperto e solare verso gli altri, inducano il mondo a riservarci solo cose belle.
Che altro dire quindi se non “Pura vida mochilero!”.
Itinerario dettagliato e rapida descrizione:
Brasile
RIO DE JANEIRO – PARATI – SAN PAOLO – FOZ DO IGUAÇU
Argentina
PUERTO IGUAZÙ
Paraguay
CIUDAD DEL ESTE – ASUNCIÓN – AREGUÁ – TRINIDAD – ENCARNACIÓN
Argentina
POSADAS – SALTA – CAFAYATE – CACHI – TILCARA – LA QUIACA
Bolivia
VILLAZÓN – UYUNI – SALAR DE UYUNI – SUD DEL LIPEZ
Cile
SAN PEDRO DE ATACAMA – CALAMA – LA SERENA – VICUÑA – SANTIAGO – VALPARAISO – VIÑA DEL MAR – VILLARRICA – OSORNO – MAICOLPUÉ – BAHÍA MANSA – PUERTO VARAS – COCHAMÓ – LA JUNTA – PUERTO MONTT – CHILOÉ – ANCUD – PUÑIHUIL – CASTRO – DALCAHUE – CURACO DE VÉLEZ – ACHAO – CUCAO – QUELLÓN – PUERTO CHACABUCO – PUERTO AYSÉN – COYHAIQUE – PUERTO RIO TRANQUILO – CHILE CHICO
Argentina
LOS ANTIGUOS – EL CHALTÉN – EL CALAFATE
Cile
PUERTO NATALES – TORRES DEL PAINE – PUNTA ARENAS
Argentina
USHUAIA – BUENOS AIRES – LA CESIRA – CORDOBA – CAPILLA DEL MONTE – CONCORDIA
Uruguay
SALTO – DAYMÁN – MONTEVIDEO – PUNTA DEL ESTE – CABO POLONIO – COLONIA DEL SACRAMENTO – MONTEVIDEO
Panama
PANAMÁ – SABANITAS – PORTOBELO NATIONAL PARK – LA GUAIRA – ISLA GRANDE – EL VALLE – LAS LAJAS – DAVID – CHIRIQUI GRANDE – ALMIRANTE – ISLA COLÓN – ISLA BASTIMENTO – CHANGUINOLA – GUABITO
Costa Rica
SIXAOLA – PUERTO VIEJO – MANZANILLO – PUNTA UVA – CAHUITA – PUERTO LIMÓN – SAN JOSÉ – MANUEL ANTONIO – QUEPOS – ALAJUELA – LA FORTUNA – MONTEVERDE – LIBERIA – PLAYA FLAMINGO – POTRERO – PLAYA PENCA – PLAYA CONCHAL – PEÑAS BLANCAS
Nicaragua
SAPOÁ – RIVAS – ISLA OMETEPE – MOYOGALPA – PLAYA VENECIA – ALTAGRACIA – PLAYA SANTO DOMINGO – GRANADA – CATARINA – MASAYA – LEÓN – GUASAULE
Honduras
GUASAULE – TEGUCIGALPA – COMAYAGUA – LAGO DE YOJOA – SAN PEDRO SULA – COPÁN – SANTA ROSA – LA ESPERANZA – GRACIAS – NUEVA OCOTEPEQUE – EL POY
El Salvador
LA PALMA – SUCHITOTO – SANTA ANA – SAN CRISTOBAL
Guatemala
CITTÀ DEL GUATEMALA – ANTIGUA – CHIMALTENANGO – LOS ENCUENTROS – SOLOLÁ – PANAJACHEL – LAGO DE ATITLÁN – SANTA CRUZ – JAIBALITO – SAN MARCOS – SAN JUAN – CHICHICASTENANGO – SANTA CRUZ DEL QUICHÉ – USPANTÁN – COBÁN – LANQUÍN – SEMUC CHAMPEY – SAYAXCHÉ – FLORES – EL REMATE – YAXHÁ – TIKAL – MELCHOR DE MENCOS
Belize
BENQUE VIEJO DEL CARMEN – DANGRIGA – INDIPENDENCE – PLACENCIA – DANGRIDA – HOPKINS – BELIZE CITY – CAYE CAULKER – BELIZE CITY
Messico
CHETUMAL – TULUM – SAN CRISTOBAL DE LAS CASAS – SAN JUAN CHAMULA – SALINA CRUZ – OAXACA – HIERVE EL AGUA – POCHUTLA – MAZUNTE – PUERTO ESCONDIDO – ACAPULCO – PIE DE LA CUESTA – CITTÀ DEL MESSICO – PACHUCA – REAL DEL MONTE – PRISMAS BASALTICOS – TEOTIHUACÁN – XOCHIMILCO – COYOACÁN
Le nostre peripezie stavolta iniziano a Rio de Janeiro, una città gigantesca che non ha bisogno di presentazioni. L’impatto è ricco di contrasti. La bellezza di Rio, immersa tra verdi colline lussureggianti che fanno da contrasto con l’azzurro dell’oceano e la terra tinta di rosso, è a dir poco indiscutibile. Contrariamente a quanto ci aspettassimo però la popolazione appare scorbutica, maleducata, quasi infastidita dalla nostra presenza. Il divario economico tra i diversi ceti sociali appare netto ed estremo. Alcune zone sono considerate off-limits perché pericolose, un pericolo però che personalmente non ho percepito, sebbene scippi e rapine ai danni dei turisti siano pressoché all’ordine del giorno.
Le spiagge di Copacabana e Ipanema rappresentano il luogo ideale per riprenderci dalla stanchezza del lungo volo. Ci lanciamo subito alla scoperta della gastronomia brasiliana, che si tratti di ristorantini affollati o di cibo da strada, tutto risulta delizioso e a buon mercato.
Saliamo sulla cima del Pan de Azucar, per godere di una vista a 360° che lascia senza fiato, e poi sul Corcovado, per ammirare da vicino il Cristo Redentore, imponente statua simbolo del paese che sembra abbracciare la folle Rio.
Fortunatamente l’atteggiamento ostile dei brasiliani incontrati sino ad ora cambia radicalmente nel villaggio costiero di Parati. Qui tutti appaiono aperti, cordiali, pronti al dialogo. Grandi massi che sembrano esser stati gettati lì a casaccio compongono il manto stradale delle vie che caratterizzano il piccolo, ma affascinante, centro storico. Una perla dell’architettura coloniale che grazie a splendide spiagge deserte, al calore della sua gente e al clima di festa che avvolge ogni cosa al calare della sera, rende difficile proseguire il proprio viaggio.
A San Paolo ci attendono Sil e André, due cari amici di Myriam con i quali aveva lavorato in nave quando era imbarcata con Costa Crociere. Alloggiamo nel quartiere di Vila Madalena, una zona tranquilla che la sera si trasforma completamente. Migliaia di persone affollano i locali in un clima di festa allegro e contagioso nel quale ci buttiamo a capofitto. Non vedevo così tanta gente per strada dall’ultima volta in cui l’Italia ha vinto i mondiali di calcio.
Nonostante San Paolo sia una vera metropoli, la metro permette di coprire le grandi distanze con facilità. Ciò che più ci colpisce è il Mercado Municipal, un tripudio per i sensi, un luogo unico dove assaporare una varietà infinita e deliziosa di frutta fresca e spremute degne di esser definite “opere d’arte”.
Più di 15 ore sono necessarie per giungere a Foz do Iguazù, una città che di piacevole ha ben poco se non le celebri cascate. Avendo però già in passato visitato il versante brasiliano (Sud America 2007-2008 insieme a Myriam) siamo consapevoli che il lato argentino è decisamente superiore sotto tutti i punti di vista. Così decidiamo di salutare il Brasile e di varcare il confine.
L’Argentina per noi è come una vecchia amica, un paese dove è facile sentirsi a casa e dove si viene sempre accolti con un affetto del tutto ingiustificato che, proprio per questo, riempie il cuore.
Per Christian è la prima volta a Puerto Iguazù e per noi tornare è quasi un dovere. La cittadina non è affatto cambiata, continua fortunatamente a resistere ad un eccessivo sviluppo nonostante il continuo afflusso turistico. È giunto il momento di esplorare le Cascate di Iguazù. Proprio come era accaduto a me e Myriam anni fa, anche Christian fatica a trattenere le lacrime di fronte alla spettacolare Garganta del Diablo. In effetti questa gola enorme in cui precipita una continua e prorompente massa d’acqua lascia senza parole e come si dice qui in Argentina “te impacta”. Trascorriamo l’intera giornata immersi nella giungla lungo sentieri che permettono di ammirare da diverse angolazioni le numerose cascate. La sorte poi ci fa un regalo più unico che raro. Una piccola imbarcazione permette di raggiungere un’isoletta dove è concesso immergersi in acqua vicino alle cascate. Evidentemente per qualche errore di comunicazione tra il personale del parco, veniamo portati sull’altra riva quando ancora il servizio è chiuso al pubblico. Così per 20 minuti non arriva nessuno. Noi tre completamente soli a fare il bagno con una scenografia da cartolina. Una di quelle esperienze che non si dimenticano.
Salutiamo solo momentaneamente il territorio argentino per conoscere un nuovo paese, il Paraguay. Per raggiungere la capitale siamo costretti a passare per la malfamata Ciudad del Este. In prossimità del terminal degli autobus, lo scenario che si presenta davanti ai nostri occhi gela il sangue. Intere famiglie accampate in tende e baracche di fortuna sul ciglio della strada. Bambini piccolissimi vestiti con stracci e tranquillamente seduti in mezzo al fango e ai rifiuti. Nel corso degli anni mi è capitato spesso di visitare paesi con gravi problemi legati alla povertà. Mai però prima d’ora avevo incontrato persone in condizioni così estreme. Il dolore si fonde alla rabbia e all’impotenza di fronte a tutto questo.
Asunción non è particolarmente grande, ciononostante il traffico è costante e degno di una metropoli asiatica. I motori dei veicoli ormai datati rendono così l’aria quasi irrespirabile nelle aree del centro. Restiamo stupiti dall’estrema gentilezza dei paraguaiani. Probabilmente non sono molti gli stranieri che visitano il paese, motivo per cui destiamo grande curiosità in coloro che incontriamo. Qui è molto facile trascorrere ore intere a conversare con perfetti sconosciuti senza nemmeno rendersene conto. Bianchi e guaranì convivono pacificamente, ma i contrasti sociali sono forti. Le Mercedes sfilano accanto a senzatetto sdraiati sul ciglio della strada.
Gita in giornata ad Areguá, una località poco lontana che un tempo godeva di un certo lustro. Oggi purtroppo tutto appare desolato e trascurato. Per anni infatti le fabbriche hanno riversato nelle acque del lago su cui sorge, ogni tipo di scarto senza alcun controllo. L’inquinamento oggi ha raggiunto livelli talmente preoccupanti che nessuno osa avvicinarsi all’acqua. Il tragitto dalla capitale sin qui offre però uno sguardo autentico e sincero sulla realtà campestre del paese. Si attraversano infatti villaggi rurali percorrendo strade di terra rossa e facendo slalom tra animali da allevamento che vagano indisturbati.
Il carnevale è alle porte, e da queste parti il più famoso è certamente quello di Encarnación che ogni anno richiama un numero cospicuo di visitatori. Approfittiamo quindi anche noi per vivere in prima persona l’esperienza del sambodromo. Uomini e donne dai corpi scultorei sfilano danzando per ore, dando vita ad una festa spensierata e travolgente. Una notte magica dove tutti non pensano ad altro che a divertirsi. Incontriamo anche un gruppo di studenti italiani tra i 16 e 17 anni che svolgono un anno di studio all’estero grazie a un progetto di Intercultura. Appaiono tutti molto sorpresi di incontrare dei loro connazionali e soprattutto affascinati dal nostro viaggio di 6 mesi zaino in spalla. Loro invidiano noi, e noi invidiamo loro per l’esperienza formativa che stanno vivendo e che ai miei tempi era impensabile.
Ancora stravolti dai festeggiamenti visitiamo le rovine delle missioni gesuite a Trinidad, un patrimonio mondiale dell’UNESCO da tutti dimenticato. Non è affatto raro infatti essere gli unici a vagare in totale solitudine attraverso questo sito, simbolo dell’oppressione subita dai guaranì. Nonostante la connotazione negativa l’atmosfera che si respira è serena, e il contrasto di colori tra il verde dell’erba, l’azzurro del cielo, e il rosso intenso della terra e dei mattoni, si rivela decisamente suggestivo.
Anche qui a colpirci profondamente è il popolo paraguaiano. Le persone per strada ci salutano e ci rivolgono sorrisi sinceri. Alcuni vengono addirittura a stringerci la mano, altri ancora si soffermano chiedendoci quale sia la nostra storia. Nulla di più affascinante a mio parere. Il modo migliore per comprendere un popolo è quello di chiacchierare con le persone comuni. Niente mi fa sentire più vivo di un momento di condivisione e di complicità.
Un semplice fiume divide il confine paraguaiano da quello argentino. Per evitare le infinite code doganali decidiamo così di attraversare la frontiera con una barca a motore. Scelta azzeccatissima. In un batter d’occhio siamo a Posadas. Qui comincia un viaggio nel viaggio. Un’esperienza carica di emozioni di cui potrei scrivere all’infinito. Posadas non è certo una meta turistica o degna di essere inserita nel proprio itinerario per qualche attrazione culturale o paesaggistica. Ci troviamo infatti in una delle zone più povere dell’Argentina. Siamo giunti sin qui per conoscere da vicino una ONG italiana chiamata “Jardin de los Niños” e fare volontariato presso la loro struttura per alcuni giorni. L’associazione fa un po’ di tutto, perché a Posadas c’è bisogno di tutto. Si va dalla didattica scolastica alla formazione lavorativa, dalla costruzione di alloggi alla distribuzione di cibo per i bisognosi, dalle coltivazioni necessarie al sostentamento di tutte queste attività all’accoglienza rivolta a ragazze madri, bambini di strada e anziani abbandonati a sé stessi.
Avevamo scritto a Jardin de los Niños prima di partire e da subito si erano dimostrati gentilissimi e disponibili a offrirci ospitalità. Ad accoglierci al porticciolo troviamo Enrico, la nostra figura di riferimento, colui che, nei giorni a seguire, si prodigherà nel mostrarci e spiegarci ogni aspetto della realtà in cui ci stiamo addentrando. Enrico appare da subito una bella persona, venuto qui la prima volta come volontario per 15 giorni, è poi tornato per 6 mesi, ed ora si è trasferito in pianta stabile da più di 10 anni.
Ovviamente non siamo gli unici volontari, conosciamo così i nostri coinquilini. Matteo, Ilena e Angela, studenti di psicologia a Padova che svolgono il tirocinio di 6 mesi, e Martina, estetista di Montegrotto Terme che ha deciso di dedicare 1 mese ad aiutare gli altri. Avete presente quando incontrate qualcuno che vi sembra di conoscere da sempre? Beh così è stato per tutti noi. Sin dal primo istante si è creata un’armonia e una complicità tra noi tale da rendere meravigliosa un’esperienza che già di per sé sarebbe stata a dir poco interessante.
Nella casa famiglia accanto alla nostra, chiamata hogar, alloggiano le ragazze madri con i loro bimbi. Ognuna di loro ha alle spalle storie terribili che hanno inevitabilmente lasciato un segno indelebile. Stupri, maltrattamenti, abbandoni, il tutto spesso da parte di coloro che avrebbero dovuto proteggerle. Trascorriamo molto tempo insieme a loro, e anche se non sarà facile abbattere la diffidenza iniziale, riusciamo a conquistare prima la fiducia dei bambini e poi quella delle loro mamme. Vi sono varie figure che si prendono cura di loro e che hanno il compito di insegnare le regole basilari dell’igiene e della cura verso sé stessi e verso i bimbi. Tutte cose che noi diamo per scontate, ma che in realtà non lo sono affatto in situazioni come queste. Andrea è certamente la persona più adatta a questo ruolo e si distingue dalle altre per dolcezza e professionalità.
Il secondo giorno è dedicato a San Jorge, il quartiere più povero che sorge su quello che un tempo non era altro che una discarica. Nel corso degli anni Jardin de los Niños ha costruito più di 800 abitazioni, oltre ad un centro sociale, un ambulatorio e un centro per gli anziani. Nonostante gli sforzi compiuti però il lavoro è tutt’altro che finito. Una distesa di capanne senza fine, edificate con materiali di fortuna e fognature che scorrono a cielo aperto, attendono speranzose l’aiuto della ONG. Carina, responsabile del centro sociale, ci accompagna attraverso quella che a grandi linee possiamo definire una favela. Tutti ci salutano, ci abbracciano, ci baciano. In questo contesto di degrado sociale purtroppo violenze, abusi e furti sono all’ordine del giorno. Carina è molto colpita dal mio spagnolo, naturalmente la fortuna di essere bilingue rende tutto più semplice permettendomi di interagire con le persone senza limiti.
Nei giorni seguenti visitiamo la chacra, cioè la fattoria e le coltivazioni che fungono da sostentamento per la mensa dei poveri e per tutti coloro che trovano alloggio e riparo presso le varie strutture del centro. Un’esperienza formativa soprattutto dal punto di vista umano grazie all’accoglienza riservataci dai contadini, pronti a condividere con dei perfetti estranei quel poco che hanno.
Torniamo poi ancora a San Jorge, alla “Casa de los Abuelos”, il centro anziani dove cucineremo la pizza per tutti. In realtà a fare tutto è Matteo, noi ci limitiamo a dare una mano e soprattutto a chiacchierare a lungo con i carinissimi vecchietti e con la responsabile Lucia, un’altra di quelle persone straordinarie che non posso che ammirare profondamente. Los abuelos sono bellissimi, ognuno a modo suo. Da Felicia che sorride mostrando l’unico dente che le rimane a Pedro che quando parla non si capisce una parola.
L’ultimo giorno avremo anche l’opportunità di conoscere Emilio, il fondatore dell’associazione. La sua storia mi tocca particolarmente dato che anche la mia famiglia ha vissuto in prima persona i tragici eventi della “Guerra sucia”. Emilio era figlio di un industriale, quando nel ’76 scoppiò la dittatura in Argentina, venne fuori che la persona a cui aveva affittato un suo appartamento altri non fosse che un esponente della sinistra. Questo bastò a etichettarlo come nemico della giunta militare. Venne rapito, imprigionato e torturato per 19 mesi. Riuscì a salvarsi solo grazie ai mariti delle sue due sorelle che, militari anch’essi, riuscirono in piena notte a farlo evadere caricandolo in fin di vita su un aereo diretto in Italia. Molti anni dopo, tornato nella sua terra natia, Emilio rimase sconvolto dall’estrema povertà in cui versavano alcune zone del paese, decidendo così di fondare Jardin de los Niños.
Tra le tante persone speciali conosciute non ho ancora menzionato Ilaria, altro nostro fondamentale punto di riferimento sin dai primi contatti via mail. Anche lei, come accadde a Enrico, giunta come semplice volontaria decise poi di rimanere, cambiando vita e creando qui la sua famiglia.
Sono trascorsi solo 5 giorni dal nostro arrivo, pochi giorni vissuti con così tanta intensità da sembrare mesi. Ricordo di essere arrivato con una voglia matta di fare, di aiutare gli altri, di sporcarmi le mani. Non sempre però sono necessarie grandi gesta. A volte basta solo ascoltare chi ne ha bisogno, tenere loro compagnia, far sentire che sei lì per loro e che non sono soli e dimenticati. Quello che non mi aspettavo poi è che ciò che si riceve è di gran lunga superiore a quello che si lascia. È stata un’esperienza emotivamente impegnativa e profonda. Mentirei se dicessi di non aver provato una certa riluttanza il primo giorno quando sconosciuti sporchi, vestiti di stracci, mi abbracciavano e mi baciavano. Superata però quella naturale iniziale avversione si comincia a guardare tutto con occhi nuovi, dando più importanza alle cose che contano davvero e non a ciò che appare. Mi porto via da qui sorrisi, abbracci e lacrime di persone meravigliose, per le quali conserverò sempre un posto speciale nel mio cuore.
Lasciamo a fatica, tra le lacrime, il nostro hogar e i saluti divengono strazianti. Sembra assurdo essersi affezionati così tanto in così poco tempo. Durante le ben 22 ore che ci separano da Salta discutiamo senza tregua sull’ipotesi di abbandonare il viaggio e fermarci a Jardin de los Niños. Alla fine prevale il desiderio di proseguire, ma con la certezza che questo non sarà un addio, ma un semplice arrivederci.
Salta “la linda”, ci appare esattamente come la ricordavamo, pulita, curata e graziosa. Un benessere al quale non eravamo più abituati. Questa è anche la nostra base per esplorare due località imperdibili, Cafayate e Cachi. Diversissimi tra loro, ma in egual misura affascinanti. A Cafayate attraversiamo un territorio arido, dove gigantesche rocce multicolori plasmate da millenni di erosione da parte dell’acqua e del vento danno vita a scenari vagamente simili al Gran Canyon. Ci addentriamo in profonde gole rocciose per poi fare sosta tra i vigneti di una delle case produttrici di vino della zona. A Cachi il paesaggio cambia completamente. Lussureggianti verdi montagne si alternano a giganteschi cactus, indiscussi padroni e custodi dell’altopiano.
Prossima destinazione Tilcara, un villaggio tra le montagne di cui anni fa ci eravamo già innamorati Myriam ed io (Sud America 2007-2008 insieme a Myriam). Il desiderio di tornare e di far conoscere questo luogo così speciale anche a Christian è enorme. Niente sembra essere cambiato. Strade polverose di terra battuta, colorate bancarelle artigianali, squisite specialità locali da street food che creano pericolose dipendenze, e ritmi blandi e rilassati che scandiscono la vita degli abitanti. Indimenticabile poi la volta stellata che, grazie all’assenza di inquinamento luminoso, permette di ammirare chiaramente la via lattea.
Scendendo dall’autobus conosciamo Adriel, un ragazzo di Buenos Aires che si unirà a noi per qualche giorno. Condivideremo con lui il nostro alloggio, giornate di cammino tra surreali montagne multicolori, piacevoli cene e quei momenti di umanità che rendono così speciale viaggiare senza il timore di aprirsi al prossimo. Inutile dire che sarà l’inizio di una profonda amicizia.
La quiete e il fascino di Tilcara sono contagiosi. Tre notti saranno necessarie per convincerci a ripartire.
Proseguiamo verso nord fino a La Quiaca. I tratti somatici attorno a noi, gli abiti e in alcuni casi persino la lingua, cominciano a cambiare. I controlli doganali sono praticamente inesistenti, così in un batter d’occhio siamo a Villazón. La Bolivia ci accoglie con la sua esplosione di colori, dall’artigianato ai tradizionali abiti delle donne indigene. Le ampie gonne assumono anche una funzione importante e poco ortodossa. È consuetudine infatti contrabbandare merce nascondendola proprio sotto le vesti. Una pratica ovviamente da condannare, ma che nonostante ciò, suscita da sempre in me grande ilarità.
Troviamo velocemente un autobus per Uyuni. I trasporti in questo paese hanno prezzi quasi ridicoli, ma scegliere una compagnia o un mezzo è esattamente come giocare alla roulette russa. Tutto è in mano alla dea bendata. Fondamentale quindi è prenderla con filosofia, aspettandosi sempre il peggio e cercando di non perdere mai il sorriso e la pazienza. Comincia il viaggio della speranza! Ritardo di 2 h e 30 min alla partenza, mezzo sgangherato che sfida le leggi della fisica e del tempo, gomma bucata, finestrini rotti che non si chiudono… nessun problema se non fosse che durante la notte sull’altopiano andino le temperature scendono sotto lo zero. Insomma 10 ore di calvario. Anche questo però è il viaggio, e spesso col passare degli anni, le disavventure sono quelle che si ricordano con maggior ironia. A consolarci poi è la consapevolezza che ci stiamo avvicinando al Salar de Uyuni, un deserto di sale che ancora oggi considero come il luogo più incredibile che abbia mai visto in vita mia. Durante la stagione delle piogge si crea una coltre d’acqua di circa 10 cm sopra la superficie bianca. L’effetto è quello di uno specchio che fonde terra e cielo in un unico elemento. Tutto e tutti vengono inglobati e l’ingannevole sensazione è quella di fluttuare nel vuoto. Questa volta però siamo capitati durante la stagione secca, motivo per cui l’acqua non c’è, e se da una parte ovviamente ne compromette lo charme, dall’altra ci permetterà di attraversare completamente il deserto facendoci poi lasciare al confine con il Cile. Prendiamo così un’escursione organizzata di 3 giorni attraverso il sud del Lipez, unico modo di addentrarsi in un territorio tanto meraviglioso quanto inospitale. Insieme a noi, tre giovani svizzeri-tedeschi molto simpatici, ma con i quali faremo fatica a legare anche a causa delle barriere linguistiche. Nonostante l’esperienza non si rivelerà magica come quella del 2008 (Sud America 2007-2008 insieme a Myriam) godremo comunque di paesaggi straordinari, attraversando distese desertiche, lagune colorate, cactus giganti, geyser naturali, alberi pietrificati, circondati poi da migliaia di fenicotteri rosa, lama e vigogne.
Accusiamo un po’ i disturbi fisici legati all’altitudine, d’altra parte 5000 m non sono proprio uno scherzo. Fortunatamente la strada verso il Cile scende rapidamente, così rapidamente che sembra quasi di percorrere la via magica di una fiaba. Una discesa vertiginosa e sempre dritta che sembra non avere fine. Ci sentiamo così subito meglio e siamo pronti per San Pedro de Atacama, dove ad attenderci c’è Diego, un vecchio amico di Christian che non vede da anni. Diego si unirà a noi per le prossime 2 settimane e ci ospiterà a casa sua durante la nostra permanenza nella capitale cilena.
Sebbene San Pedro de Atacama non sia altro che un paesino ai confini del deserto, il contrasto con la Bolivia è più che evidente. Strade asfaltate, pulizia e agiatezza economica sono in netta contrapposizione con la realtà a cui ci eravamo abituati nei giorni scorsi. Il paesino è delizioso sebbene l’affluenza turistica sia un tantino eccesiva. Visitiamo la Valle della Luna, così chiamata proprio per la somiglianza con la superficie lunare. Ci addentriamo nelle viscere della terra, per poi risalire i ripidi pendii rocciosi e godere dalla sommità dell’indimenticabile spettacolo del tramonto sulla distesa desertica.
Cominciamo a scendere verso sud, e dopo una breve sosta a La Serena per riposare sulla spiaggia davanti all’oceano, raggiungiamo la Valle dell’Elqui fermandoci a Vicuña. La zona è nota per la quantità di avvistamenti ufo e, secondo i suoi abitanti, per la presenza di particolari energie cosmiche. Al di là di queste bizzarrie, l’atmosfera che si respira è di estrema serenità e pace interiore. Le persone sono estremamente gentili e inclini al dialogo, forse anche troppo, trascorriamo ore ed ore ad ascoltare i racconti di coloro che per caso incrociano il nostro cammino.
La meravigliosa vallata dal verde intenso è anche il centro nevralgico della produzione vinicola e del pisco, tipica bevanda alcolica cilena. Visitiamo anche l’osservatorio astronomico Mammaluca, che si rivelerà una vera delusione, tuttavia però la sua posizione in cima a un’altura immersa nell’oscurità permette naturalmente una visione delle stelle strepitosa.
A Santiago abbiamo la fortuna non solo di essere ospiti di Diego, ma anche di poter vivere intensamente la capitale grazie a lui e ai suoi carinissimi amici. Ampi spazi verdi, gallerie d’arte, festosa vita notturna e un particolare fervore culturale saranno gli ingredienti principali del nostro soggiorno.
La domenica poi Diego ci porterà a pranzo da sua nonna, dove ci attende tutta la sua famiglia ansiosa di incontrarci. Persone fantastiche che ci faranno conoscere da vicino le tradizioni cilene, ma soprattutto ci accoglieranno con calore, facendoci sentire a casa.
Meno di due ore ci dividono da Valparaiso, un tripudio di colori sgargianti, incastonato tra la magia dell’oceano e la maestosità delle montagne. Passeggiamo a lungo attraverso tortuose viuzze in un continuo sali-scendi, scoprendo anche negli angoli più nascosti variopinti murales che contribuiscono a rendere Valpo una delle città più suggestive del paese.
Ne approfittiamo anche per goderci una giornata al mare nella vicinissima Viña del Mar. Purtroppo è giunta l’ora di salutare Diego che deve tornare ai suoi obblighi lavorativi. Il nostro modo di viaggiare però ha conquistato anche lui a tal punto che promette di raggiungerci in Messico tra qualche mese.
Rimasti soli ci rimettiamo sulla strada, verso la zona dei laghi, un’area molto affascinate da un punto di vista naturalistico e decisamente meno turistica rispetto alle nostre ultime tappe. Villarica si rivela una piacevole cittadina, impreziosita da un incantevole lago custodito da un vulcano attivo perennemente fumante. Lunghe passeggiate, profondissima quiete e tanto cibo genuino. La sera facciamo festa insieme a tutti gli ospiti dell’ostello in cui alloggiamo. Vino e pisco scorrono a fiumi, e l’alcool annulla facilmente qualsiasi barriera linguistica e culturale. Cileni, turchi, inglesi, argentini, ecc… Un vero miscuglio di etnie, tutti felici e consapevoli della fortuna di poter essere lì a condividere esperienze, pensieri e momenti speciali che ci inducono a riflettere su quanto siamo tutti così simili.
Passando per Osorno, ci fermiamo a Maicolpué, vicino a Baia Mansa. La stagione balneare è terminata, e il villaggio appare totalmente deserto. Fatichiamo a trovare da mangiare e un alloggio per la notte. Speravamo di poter avvistare i delfini che sovente si avvicinano molto alla riva, ma il cattivo tempo rende l’impresa assai difficile. Così decidiamo di proseguire fino a Puerto Varas, altra località che sorge sulle sponde di un lago, meno affascinante rispetto a Villarica, ma pur sempre graziosa e caratterizzata da scorci che ricordano più la Svizzera che l’America Latina.
Il nostro obbiettivo principale è Cochamò, un minuscolo villaggio sperduto tra le montagne. Da qui parte un trekking di 13 km tra i più belli di tutto il paese. Al nostro arrivo piove a dirotto, gli alloggi sono pochissimi e cari. Come al solito però la dea bendata e gli incontri che si fanno lungo la strada ci danno una mano. Veniamo accolti da una coppia carinissima che ci affitta il loro delizioso bungalow di legno ubicato in giardino. L’indomani la pioggia non accenna a diminuire, così trascorriamo la giornata in totale relax, scrivendo, leggendo, studiando il nostro itinerario e coccolati dalla padrona che ci porta i suoi squisiti dolci fatti in casa. Il mattino seguente finalmente possiamo imboccare il sentiero. A causa delle piogge alcuni tratti sono talmente infangati da rendere estremamente difficile avanzare. Impiegheremo ben 5 ore per sbucare a La Junta, un enorme prato circondato da una corona di gigantesche montagne che danno vita ad uno scenario straordinario. Purtroppo non disponiamo di una tenda e non avevamo pianificato di fermarci a dormire qui, ma ne sarebbe valsa assolutamente la pena. Tornando indietro ci perdiamo più volte a causa della scarsissima segnaletica, ma il rumore del fiume ci aiuta ad orientarci.
Riprendiamo la nostra discesa, in direzione di un’altra meta da noi tanto agognata. Sto parlando dell’Isola di Chiloé. Si passa per Puerto Mont, si carica l’autobus a due piani su un traghetto circondati da centinaia di uccelli, leoni marini e pinguini che nuotano attorno a noi incuranti della nostra presenza, ed è fatta! Misteri e antiche leggende alimentano da sempre il fascino di queste terre lontane. Inizia la nostra esplorazione dell’arcipelago. Ancud e la sua Costa Nera. Puñihuil e i suoi innumerevoli, simpaticissimi pinguini. Castro con le sue chiese colorate e le pittoresche abitazioni su palafitte. Achao, Dalcahue e Curaco de Velez, soporiferi villaggi fuori dal tempo. Cucao, dove ci inoltriamo nel Parque Nacional Chiloé in concomitanza con i festeggiamenti per il compleanno di Myriam.
Per proseguire il nostro viaggio verso sud disponiamo di due opzioni. Tornare indietro fino a Puerto Mont e riprendere la “carretera”, o spingerci fino alla punta dell’isola e prendere un’imbarcazione che salpa dal malfamato porto di Quellón in direzione Puerto Chacabuco. Le informazioni a riguardo sono poche, la nostra guida Lonely Planet non ne parla nemmeno, ma a noi non piace mai tornare per la stessa strada, quindi optiamo per la navigazione. La scelta si rivela azzeccatissima. Al di là della comodità e dello spazio che offrono le poltrone della nostra nave, potersi alzare, passeggiare lungo il ponte, prendere il sole sul tetto, mangiare o semplicemente godersi un caffè al bar, rende il lento trascorrere delle ore molto più piacevole. Inoltre sembra assurdo, ma probabilmente i paesaggi più incantevoli del Cile li abbiamo potuti ammirare proprio qui. La nostra imbarcazione infatti prosegue dritta verso sud, addentrandosi tra meravigliosi fiordi, attraverso territori privi di qualsivoglia presenza umana. Numerosi delfini giocano attorno a noi. Tramonti, albe e cieli stellati da cartolina. Insomma un’esperienza indimenticabile. Certo il viaggio durerà molto più del previsto, ben 36 ore saranno necessarie per giungere a destinazione, ma ne sarà valsa assolutamente la pena.
Scesi dalla nave però non è ancora finita. Tra mille peripezie, disavventure e problematiche varie attraversiamo Puerto Aysen, Coyaique e riusciamo finalmente ad arrivare a Puerto Rio Tranquilo, sulle sponde del Lago Carrera. Tutti ci avevano sconsigliato di spingerci sino a questa zona remota. Effettivamente il viaggio è davvero impegnativo. Le strade sono dissestate e polverose, l’ambiente appare inospitale, i mezzi di trasporto pochissimi e inadeguati. Eppure nonostante tutto qui si nasconde una perla rara. La Capilla de Marmol è la più celebre tra l’insieme di grotte marmoree immerse nelle acque turchesi del lago. Quando i raggi solari colpiscono la superficie dell’acqua creano un incredibile gioco di luci e riflessi che toglie il fiato.
Lasciare la città si rivelerà ancor più difficoltoso. Stipati sul retro di un minivan, in condizioni quasi disumane per 4 ore, giungeremo a Cile Chico da dove attraverseremo la frontiera.
Los Antiguos ci dà nuovamente il benvenuto in Argentina. La località è un insieme di fattorie dove si coltiva frutta di ogni genere. Le persone sono tutte gentilissime. Gli argentini sotto questo punto di vista hanno davvero una marcia in più.
Fortunatamente torniamo a godere dei comodi ed efficienti autobus argentini, mentre la Patagonia si rivela ai nostri occhi attraverso il vetro dei nostri finestrini. Ci dirigiamo verso El Calafate per far conoscere anche a Myriam l’impressionante meraviglia del Perito Moreno. Quando il nostro autobus fa la sua fermata a El Chalten, io e Christian restiamo sbalorditi nel constatare quanto sia cambiato. Fino a qualche anno fa (America Latina 2005-2006 insieme a Christian e Simone) non c’era praticamente niente. Qualche casetta, un paio di alimentari, nessun albergo. I mezzi pubblici lasciavano i passeggeri sul ciglio di una strada vuota e polverosa. Ora invece c’è un enorme terminal, strade asfaltate e molte abitazioni in più. Mentre il nostro bus riparte, l’alba illumina il villaggio e incendia le montagne attorno a noi. In quel momento ci rendiamo conto del grande errore commesso. Avremmo dovuto fermarci.
El Calafate invece sembra essere rimasto lo stesso di sempre. La città è molto turistica, forse un po’ troppo. D’altro canto però questa è la base migliore per visitare il Perito Moreno, il celebre imponente ghiacciaio che, a mio parere, fa parte di quelle cose che vanno ammirate almeno una volta nel corso della vita.
Rientriamo nuovamente in Cile facendo sosta a Puerto Natales. Le temperature cominciano a scendere e un vento gelido ci mette a dura prova, ma anche questo fa parte del fascino selvaggio della Patagonia.
Nel bed & breakfast in cui alloggiamo facciamo la conoscenza di una carinissima coppia di giapponesi. La comunicazione non è affatto semplice, ma con un po’ di inglese, molti gesti e tantissimi sorrisi riusciamo a comprenderci gli uni con gli altri. Sono in viaggio di nozze da ben 2 anni! Hanno attraversato via terra tutta la Cina, l’India, il Pakistan, l’Iran, ecc… Entrambi erano stufi di un lavoro snervante a Tokyo che impegnava completamente le loro vite, così hanno preso la decisione di lasciarsi tutto alle spalle. Ora però che vorrebbero far ritorno a casa purtroppo non possono. Vivono infatti in una zona che è stata fortemente contaminata dal disastro nucleare del 2011, quindi continueranno a viaggiare ancora per un po’ finchè la situazione non sarà migliorata.
Durante la notte ci svegliamo di soprassalto a causa di un suono metallico fortissimo. Un colpo secco che ci fa sobbalzare. Mi affaccio alla finestra e vedo un’automobile che ha centrato in pieno le auto parcheggiate e che si dà alla fuga. Purtroppo una delle vetture colpite appartiene ad alcuni ospiti della nostra struttura, così io e Christian scendiamo a dare una mano per spostare il veicolo che a causa degli ingenti danni non si mette neanche in moto. Ci spiegano che da queste parti purtroppo, non essendoci molte attività di svago per i giovani, il problema dell’abuso di alcool è molto diffuso. Per questo motivo gli incidenti stradali nelle ore notturne sono molto comuni.
Al di là della notte movimentata siamo pronti e carichi per conquistare la vetta di Torres del Paine, il parco nazionale considerato, giustamente, tra i più affascianti di tutta l’America Latina. Il paesaggio intorno a noi è spettacolare. La salita diventa via via sempre più impegnativa. Impiegheremo circa 3 h e 30 min per raggiungere la cima, ma gli ultimi 45 min saranno davvero estenuanti. Una pendenza vertiginosa e uno strato di ghiaia nel quale i piedi affondano e tornano addirittura indietro. Le nostre fatiche però saranno ampiamente ricompensate dalla meravigliosa vista che ci attende al traguardo.
Continuiamo a scendere verso sud, sempre più a sud. Passando per Punta Arenas, varchiamo ancora una volta la frontiera. Attraversiamo lo Stretto di Magellano e avanziamo fino alla città più australe del mondo, la celebre Ushuaia. Niente sembra essere cambiato. Probabilmente la seduzione che Ushuaia esercita nell’immaginario collettivo è dovuta più che altro alla sua collocazione geografica, ma in realtà c’è molto di più. La corona di montagne innevate che sembra quasi abbracciare la città crea uno scenario estremamente suggestivo che non si dimentica.
Il soggiorno sarà caratterizzato dagli incontri fatti con persone davvero speciali che arricchiranno il nostro viaggio e le nostre vite. Pochi giorni prima, su un autobus in Cile, avevamo conosciuto Paolo e Lavinia, una simpaticissima coppia di Roma. Lui dentista, lei psichiatra, entrambi ammaliati dal nostro vagabondare di 6 mesi. Eravamo subito entrati in sintonia, e il caso volle che ci incontrassimo nuovamente durante la traversata dello Stretto di Magellano. Poi c’è Andrea, un ragazzo totalmente folle, residente a Nervesa della Battaglia. Un viaggiatore temerario capace di tenere tutti col fiato sospeso raccontando le sue disavventure. E infine Josè, talentuoso musicista italo-argentino che alloggiava nel nostro stesso ostello e che produce da solo hang drum, meravigliosi strumenti metallici a percussione che ho sempre ammirato e desiderato.
Vivremo una delle serate più divertenti di tutta la nostra lunga avventura facendo festa con Paolo, Lavinia e Andrea. Una notte indimenticabile.
Facciamo due conti e ci accorgiamo che tornare in autobus fino a Buenos Aires ci costerebbe tanto quanto prendere un biglietto aereo. Così decidiamo di risparmiare tempo e fatica volando direttamente sulla capitale argentina. In aereo ritroviamo anche Andrea con il quale condividiamo il tragitto fino in centro.
Ad attenderci a Buenos Aires c’è Ariel, un caro amico al quale siamo molto affezionati e che avevamo conosciuto Christian ed io durante il nostro primo viaggio da mochileros (America Latina 2005-2006 insieme a Christian e Simone). Ariel vive in periferia, così per godere a pieno del fervore della capitale e sfruttare al massimo i giorni a disposizione decidiamo di alloggiare tutti insieme in un hotel del centro. Trascorriamo cinque giorni a spasso per la capitale, una metropoli di cui sono follemente innamorato e che ha così tanto da offrire da non permettere mai di annoiarsi. Da ricordare sicuramente il concerto di musica classica gratuito a cui abbiamo assistito nell’incantevole Teatro Colòn e lo spettacolo straordinario di Fuerza Bruta. Quest’ultima è opera teatrale del tutto innovativa che coinvolge completamente lo spettatore in prima persona mischiando musica, danza e interpretazione a livelli mai visti. Un nuovo modo di concepire il rapporto tra attore e spettatore. Tamburi, acrobati, giochi di luce, ballerine che fluttuano immerse nell’acqua in una piscina che cala dal soffitto sopra le nostre teste. Ne usciamo entusiasti!
Salutato Ariel è il turno di andare a trovare un altro grande amico che non vediamo da ben 8 anni. Anche l’incontro con Nicolas risale al nostro viaggio del 2006, (America Latina 2005-2006 insieme a Christian e Simone), ma a differenza di Ariel, non avevamo più avuto occasione di rivederci. È giunto finalmente il momento di porvi rimedio. Nicolas vive a La Cesira, un piccolo villaggio situato nella Pampa Umeda, 400 km a sud di Cordoba. Il viaggio è lungo e le difficoltà aumentano a causa di un brutto temporale che rallenta inevitabilmente il nostro autobus. L’emozione di riabbracciare Nicolas è tanta. Ad attenderci poi c’è tutta la sua famiglia che ci ha preparato un fantastico asado. L’affetto di tutti nei nostri confronti è talmente tanto da farci sentire di nuovo a casa. Verremmo coccolati e viziati spudoratamente per due giorni prima di riuscire a trovare la forza di ripartire tra lacrime, abbracci e la promessa di tornare presto.
Attraversiamo decine e decine di minuscoli villaggi rurali. Come dice Lourdes, la mamma di Nicolas, qui il bus “hace màs paradas que el lechero”, cioè “fa più fermate del lattaio”. Visitiamo Cordoba, una piacevole città universitaria piena di vita e dalla frizzante movida notturna.
Tappa successiva Capilla del Monte, una località di montagna dall’atmosfera hippie che conquista al primo istante e che diverrà una delle nostre mete preferite. Capilla però è un luogo particolarmente controverso. Nessun altro posto vanta un numero così cospicuo di avvistamenti UFO. Si crede infatti che sia la porta di accesso ad un altro mondo e che al di sotto del Cerro Uritorco, montagna che le fa da scenografia, vi sia una città sotterranea chiamata Erk. Altri ritengono che l’Uritorco sia una porta verso un’altra dimensione, altri ancora che si tratti di un centro energetico. Insomma vi sono diverse e svariate teorie, alcune si basano su leggende, altre su basi pseudoscientifiche, altre ancora sembrano semplicemente i deliri di un pazzo.
Indipendentemente da ciò che ognuno può pensare riguardo a questo particolare mondo, che ammetto essere molto lontano dal mio, un dato di fatto invece indiscutibile è che la cittadina è incantevole nella sua semplicità e che nei dintorni si possono fare escursioni tra paesaggi spettacolari. Inoltre si respira un’atmosfera di totale pace e armonia con il cosmo che potrebbe giustificare l’influenza e il fascino che Capilla ha sulle persone.
Nonostante il mio scetticismo in materia però, anche io sono spettatore di qualcosa a cui non riesco a dare una spiegazione razionale. L’ultima sera saliamo sulla terrazza del nostro albergo a chiacchierare e a brindare con un bicchiere di vino, quando ad un tratto, in un lasso di tempo non superiore ai 2 secondi, il cielo sopra la montagna si squarcia e una fiamma cilindrica di grandi dimensioni scende in traiettoria perfettamente perpendicolare alla terra. Mai visto niente di simile prima d’ora. La prima reazione è di vero e proprio spavento. Dopo di che, da brava persona razionale quale sono, inizio a riflettere e a valutare a che tipo di fenomeno ambientale posso aver assistito. Ipotizzo persino qualche tipo di operazione militare o spaziale, ma nessuna teoria sembra essere plausibile. In passato mi era già capitato di vedere satelliti e stelle cadenti, ma questa sembra essere tutt’altra storia. Non si è trattato di una scia luminosa, ma di una specie di lanciafiamme gigante. Il moto poi non è stato ellittico o orizzontale, bensì perfettamente perpendicolare dal cielo alla terra. L’unica considerazione vagamente razionale a cui riesco a giungere è che si tratti di un qualche fenomeno elettromagnetico dovuto al fatto che l’Uritorco è una formazione granitica ricchissima di quarzo, ma in totale sincerità la tesi mi sembra un po’ fiacca.
La mattina seguente così mi reco perplesso e quasi imbarazzato da Alicia, la proprietaria dell’hotel, con la speranza che possa darmi qualche spiegazione plausibile su quanto accaduto.
Prima ancora di iniziare a raccontare l’evento, lei stessa mi descrive alla perfezione ciò che ho visto, e questo per me si rivela un vero sollievo perché implica che non sono impazzito e ciò che ho visto è stato reale. Poi, come se fosse una cosa normalissima, mi dice che si tratta delle navi aliene che entrano nella città di Erk. Vedendo il mio volto assumere un’espressione perplessa, tira fuori il computer e mi mostra tutta una serie di foto di UFO scattate sia di giorno che di notte proprio dalla terrazza. Personalmente non sono un esperto di Photoshop, ma devo ammettere che mi sembrano autentiche. Mi racconta poi di gnomi, folletti, persone che levitano, che si incendiano di luce, che parlano con gli extraterrestri e tante altre cose a cui in tutta onestà pur sforzandomi faccio davvero fatica a credere. Spiego alla signora che per me è davvero difficile accettare tutto questo e che non sono venuto a Capilla con l’intento di vedere navi aliene o fenomeni paranormali. Lei si mette a ridere e mi dice che accade sempre così, gli scettici se ne vanno sconvolti, mentre coloro che credono fortemente e giungono qui appositamente nel tentativo di avvistare qualcosa se ne tornano a casa delusi.
Infine mi racconta la storia della sua vita e il motivo che l’ha spinta a trasferirsi a Capilla del Monte. La storia è abbastanza inquietante e affascinante, ma naturalmente dato che fa parte della sfera privata di un’altra persona non sta a me divulgarla senza il suo consenso. Un brivido lungo la schiena però l’ho provato anche io.
Certo, ritenere la Terra l’unico pianeta dotato di esseri viventi evoluti in un universo infinito, probabilmente è pura superbia e scientificamente assurdo. Credo quindi nell’esistenza di altre forme di vita, ma è tutto il contorno che mi lascia perplesso. Non so cosa fosse ciò che vidi quella notte, l’unica certezza è che non era qualcosa di normale.
Viaggiamo tutta la notte fino a Concordia, attraversiamo la frontiera ed entriamo a Salto. Finalmente il mio Uruguay! Prima di proseguire ci concediamo una giornata di puro relax nelle celebri Terme di Dayman che caratterizzano la zona. Ci attende poi un altro spostamento notturno fino alla capitale. Mentre attendiamo l’arrivo del nostro mezzo, vado a fare rifornimenti di acqua in un piccolo supermarket limitrofo al terminal. In giro non c’è anima viva. Quando mi avvicino alla cassa un signore anziano al di là del bancone inizia a parlarmi come se mi conoscesse da sempre e, senza darmi nemmeno il tempo di controbattere, mi racconta di strani eventi e fenomeni soprannaturali. Poi si ferma un istante, cambia tono di voce e inizia a parlare della mia vita, di me e di come il viaggio che sto facendo mi stia cambiando. Ho i brividi lungo la schiena. Mi dice cose del tutto personali che non poteva conoscere. Mi sembra di essere dentro a un film o vittima di qualche scherzo. Perdo la cognizione del tempo, così dopo 20 minuti di assenza Myriam viene a cercarmi e mi trova ancora lì, fermo e inebetito ad ascoltare l’anziano signore.
A Montevideo dopo tanto tempo posso finalmente riabbracciare mia nonna, i miei zii e i miei cugini. Ma non solo, anche i miei genitori si trovano qui in vacanza. Rivedere tutti è come sempre una grande emozione, mi sono davvero mancati tutti.
Trascorriamo la prima settimana in famiglia, tra asados, feste e passeggiate lungo le strade della capitale dove i miei genitori sono cresciuti. Ho sempre amato girovagare per Montevideo con loro ascoltando gli aneddoti di quando vivevano qui. La seconda settimana invece, approfittando delle loro vacanze, ci raggiungono Matteo, Ilena e Angela, tre dei volontari che abbiamo conosciuto a Jardin de los Niños. Purtroppo Martina è già rientrata in Italia e la sua mancanza si farà sentire. Entusiasti di esserci ritrovati decidiamo di far loro da ciceroni attraverso alcune delle bellezze di questo paese. Iniziamo dalle spiagge e dalla movida dell’esclusiva Punta del Este per poi proseguire lungo la costa più selvaggia fino alle dune di Cabo Polonio, un villaggio hippy di rara bellezza che conquista al primo sguardo. Poi il fervore di Montevideo tra eventi culturali e la sua squisita tradizione culinaria. E infine le suggestive e placide vie dell’affascinante Colonia del Sacramento dove faremo festa per concludere la nostra rimpatriata promettendoci di ritrovarci in Italia.
Dopo questa parentesi “familiare” è giunto il momento di proseguire il nostro cammino. I soliti strazianti saluti accompagnano la nostra partenza. Sono trascorsi ormai 3 mesi dall’inizio della nostra avventura e sebbene un po’ di stanchezza si sia fatta sentire, il nostro soggiorno in Uruguay si è rivelato particolarmente ristoratore. Siamo pronti quindi ad esplorare una parte del continente latinoamericano a noi del tutto sconosciuta.
Un volo terribile, a causa delle turbolenze legate al mal tempo, ci apre la porta dell’America Centrale. Siamo a Panama. La popolazione locale appare dapprima diffidente, ma non appena comprendono di non avere nulla da temere si dimostrano estremamente gentili e disponibili. I tratti somatici dei panamensi sono particolarissimi. Vi è un egual numero di neri e di mulatti che sembrano essersi mischiati con gli orientali conservando i caratteristici occhi a mandorla. L’omonima capitale del paese sembra essere l’emblema del continente latinoamericano. Due città convivono in una. Da una parte i lussuosi grattacieli, pulizia e attenzione per i dettagli. Dall’altra quartieri abbandonati alle incurie del tempo tra degrado, sporcizia e costruzioni fatiscenti. Nonostante ciò preferiamo concentrare la nostra attenzione sul Casco Viejo, la zona più antica e pittoresca della città. Apprezziamo da subito la cucina tradizionale panamense che risente chiaramente delle influenze caraibiche.
L’impatto con Panama non è semplicissimo, un po’ per il caldo, un po’ perché dobbiamo abituarci ai problemi legati alla sicurezza. Purtroppo infatti qui omicidi, sequestri e rapine sono all’ordine del giorno. L’aspetto più agghiacciante è quello delle sparizioni di giovani, spesso turisti e spesso di sesso femminile, legate al traffico di organi indirizzati prevalentemente verso gli Stati Uniti. Proprio pochi giorni prima del nostro arrivo sono scomparse due ragazze olandesi di ventidue anni. Non vogliamo per nessuna ragione modificare il nostro approccio aperto e fiducioso verso gli altri, ma questa situazione ci impone di pianificare bene i nostri spostamenti e il nostro itinerario per ridurre il più possibile i rischi.
Decidiamo di saltare nostro malgrado San Blas principalmente a causa dei costi eccessivi e non adatti a dei mochileros come noi. Ci dirigiamo comunque verso il Mar dei Caraibi. Dopo una breve sosta a Sabanitas, dove per poco non veniamo reclutati come lavoratori a bordo di una barca a vela diretta a San Blas, passiamo per Portobello e la Guayra, e giungiamo finalmente a Isla Grande. L’isola è piccolina, la vegetazione lussureggiante, l’acqua paradisiaca, la fauna rigogliosa e impressionante, tra mante salterine, svariati pesci e volatili coloratissimi. Un sogno, se non fosse per i rifiuti gettati ovunque. Vere e proprie discariche ad ogni angolo e nemmeno tanto nascoste. Gli isolani si dimostrano estremamente maleducati, ignoranti e purtroppo spesso ubriachi. L’incontro con questa popolazione caraibica in prevalenza di colore si dimostra una vera delusione. Così dopo appena due giorni scappiamo via spostandoci a El Valle, una piacevole località di montagna tra cascate, acque termali e piscine naturali. Probabilmente siamo gli unici visitatori stranieri, di mochileros come noi non vi è traccia. Dopo la pessima esperienza umana avuta a Isla Grande, fortunatamente ritroviamo fiducia nel prossimo grazie a Javier e a sua moglie che si mantengono producendo e vendendo braccialetti e collane, offrendo alloggio ai pochi visitatori e gestendo una specie di ristorante vegano all’interno della loro abitazione. Due belle persone.
Oltre a loro conosciamo anche una famiglia di Novara che, stufa di lavorare incessantemente, ha deciso di lasciare tutto e aprire qui una pizzeria italiana. Aprono solo 3 giorni alla settimana, quanto basta per vivere dignitosamente e godersi la vita.
Lasciamo le montagne e torniamo in spiaggia! Las Lajas sorge sulle rive dell’Oceano Pacifico in una zona remota e piuttosto selvaggia. Anche qui incontriamo italiani emigrati. Elisa infatti è la proprietaria dell’ostello ecologico dove alloggiamo. Fortunatamente disponiamo di una cucina dato che non vi sono posti dove acquistare cibo se non un minuscolo alimentari dagli scaffali quasi completamente vuoti. I panamensi, da queste parti, sembrano non apprezzare particolarmente la frutta che viene data principalmente in pasto agli animali o dimenticata sugli alberi o ancora, lasciata a marcire a terra tra gli insetti. Così vista la carenza di cibo a nostra disposizione, Christian ed io, da veri acrobati, ci arrampichiamo l’uno sull’altro e raccogliamo una miriade di cocchi e manghi. Quest’ultimi si riveleranno talmente buoni che ancora oggi li ricordiamo come i migliori mai mangiati in vita nostra.
Trascorriamo 3 giorni a stretto contatto con una natura primordiale, lontani dal superfluo. A farci compagnia oltre ai fantastici genitori di Elisa che proprio in questi giorni sono qui in visita, vi sono pipistrelli appesi a testa in giù sul soffitto della nostra capanna, insetti di ogni genere e soprattutto la meravigliosa quanto terrificante Camilla. Una tarantola pelosa grande quanto una mano che si aggira indisturbata per la struttura e che una mattina mi sono trovato dentro al lavandino del bagno.
Abbandoniamo le fragorose onde oceaniche per spingerci nuovamente verso nord nel Mar dei Caraibi. Passando per David, Chiriqui Grande e Almirante ci imbarchiamo per le isole di Bocas del Toro. Il primo motoscafo ci porta a Isla Colòn, precisamente nella città di Bocas Town, un tantino caotica ed eccessivamente festaiola per i miei gusti. Una seconda lancia ci conduce fino a Isla Bastimento che a prima vista sembra un vero e proprio paradiso! Proprio com’era già avvenuto in precedenza però, ci rendiamo subito conto che il problema dei rifiuti nelle località caraibiche continua a rappresentare una grave piaga. Spiagge e un mare da sogno vengono rovinati da cumuli di immondizia disseminati ovunque. Uno spettacolo che fa male all’anima. Anche qui la popolazione locale quasi totalmente di colore si rivela maleducata, razzista nei nostri confronti e ancora una volta dedita all’abuso di alcool.
Nonostante tutto cechiamo di non farci scoraggiare e ci godiamo la fine sabbia, l’acqua turchese, le rocce vulcaniche e le ristoratrici palme della bellissima e solitaria Playa Wizard. Non c’è anima viva, abbiamo tutta la spiaggia per noi. Ci hanno avvisato però di stare molto attenti durante il tragitto. Il sentiero di accesso infatti è tristemente noto per il numero di aggressioni e rapine ai danni dei turisti. A confermare tali nefaste notizie sono proprio due poliziotti che pattugliano l’arenile e che ci consigliano vivamente per la nostra sicurezza di andarcene entro le 17:00.
Purtroppo Panama devo ammettere che mi ha un tantino deluso. Vi sono dei luoghi incredibili, ma i grossi problemi relativi ai rifiuti e all’insicurezza rovinano inevitabilmente l’insieme.
Tornati sulla terra ferma ci dirigiamo verso il confine costaricano. Nel tragitto conosciamo un ragazzo americano con il quale entriamo subito in sintonia. Ryan Lewis ci racconta le sue disavventure tragicomiche qui a Panama e ci fa ascoltare la sua musica, dato che in patria fa il cantante e ha fondato un suo studio di produzione. Rimaniamo esterrefatti da quanto è bravo! Ha una voce spettacolare e anche le canzoni e le tematiche da lui trattate nei testi sono davvero interessanti. Oggi Ryan ha fatto carriera ed è diventato parecchio famoso. Di certo tutti conoscete alcuni suoi celebri brani prodotti in collaborazione con Macklemore.
Giunti a Guabito la frontiera si varca a piedi con una facilità disarmante, camminando su alcune travi marce e bucherellate che vanno a comporre un pittoresco ponte tra i due paesi. Nessun tipo di controllo se non i consueti timbri di transito sul passaporto.
Siamo a Sixaola. Siamo in Costa Rica e si capisce subito che qualcosa è cambiato. Salta all’occhio una minor presenza umana e soprattutto una notevole pulizia alla quale non eravamo più abituati. Il paesaggio, sembra impossibile, ma appare ancor più lussureggiante e selvaggio rispetto a quello panamense. Una sola strada e tutto attorno a noi selva e coltivazioni di banane che si stendono per chilometri e chilometri. Appartiene quasi tutto al noto marchio Chiquita, e anche qui i problemi non mancano. Incuranti infatti del benessere della popolazione, il noto marchio lancia i diserbanti direttamente da piccoli aeroplani. Metodo più comodo e rapido, ma che crea gravissimi problemi di salute agli abitanti della zona.
Il nostro autobus ci accompagna fino a Puerto Viejo, pittoresca e festosa cittadina dove però non abbiamo intenzione di fermarci. Giusto il tempo di fare un po’ di spesa e il destino, come sempre, gioca la sua carta, facendoci incontrare tra le corsie del supermercato Giulia e Alex, una coppia di italiani che gestisce dei bungalow in una località vicina. Giulia in particolare ci piace da subito talmente tanto che non abbiamo neanche bisogno di riflettere. Promettiamo di andare da loro tra un paio di giorni. La scelta si rivelerà azzeccatissima. Giulia e Alex rappresenteranno una delle interazioni umane più belle e profonde di tutto il nostro viaggio.
Proseguiamo fino a Manzanillo che sfortunatamente si rivelerà meno piacevole di quanto ci aspettassimo. Sebbene la spiaggia sia molto carina, l’eccessiva presenza di zanzare e di moscherini che mordono a tutte le ore rendono difficile potersi rilassare. Certo una cosa che non dimenticheremo mai del nostro soggiorno saranno i versi delle grosse scimmie urlatrici che vivevano nella foresta giusto alle spalle del nostro alloggio e della cucina all’aperto dove preparavamo i nostri pasti.
Anche in questo caso però il destino ci ha condotto qui per un motivo. Facciamo amicizia con i nostri vicini di stanza, Franklin e Xinia che, da questo momento, diverranno i nostri genitori adottivi “ticos” (= costaricani). Non so per quale motivo ci abbiamo accolti sotto la loro ala protettiva, ma tutto avvenne con una tale naturalezza e spontaneità che nessuno di noi si pose troppe domande. Ci hanno sempre detto che sembravamo tre bravi ragazzi e che insieme a noi portavamo un’aurea di positività contagiosa. Franklin e Xinia si trovano qui in vacanza, ma vivono ad Alajuela, e si offrono di ospitarci a casa loro quando arriveremo da quelle parti. Come se non bastasse poi, decidono di darci un passaggio in macchina fino a Cahuita dove ci attendono Giulia e Alex. Inoltre, dato che è di passaggio, ci portano anche a conoscere Punta Uva, che effettivamente si rivela una località molto più affascinante di Manzanillo.
Giulia attendeva con ansia il nostro arrivo. Siamo in bassa stagione quindi di ospiti oltre a noi neanche l’ombra. L’impressione è che Giulia si senta un po’ sola e che abbia davvero bisogno di compagnia. Era da parecchio poi che non aveva occasione di interagire con suoi connazionali. Giulia è arrivata 2 anni fa ed è originaria di un paesino nelle vicinanze di Pisa.
Alex invece vive qui da ben 20 anni, ha acquistato un terreno gigantesco e un po’ alla volta ne ha fatto una magnifica “finca” (= fattoria) con la quale riesce a provvedere al proprio sostentamento in maniera quasi del tutto autonoma. Alleva e coltiva una varietà incredibile di piante, frutti e animali. Naturalmente Alex è molto fiero del lavoro svolto e ci accompagna con entusiasmo attraverso la tenuta alla scoperta di questa natura straordinaria. Tra le fronde degli alberi poi spuntano qua e là le teste dei simpatici bradipi che sembrano sorridere incuriositi dalla nostra presenza.
La riserva naturale e le spiagge di Cahuita si riveleranno davvero piacevoli, ma ciò che ci porteremo dentro per sempre, saranno le serate trascorse tutti insieme sotto il portico, condividendo oltre al cibo, pensieri, opinioni e riflessioni profonde come se fossimo vecchi amici che si ritrovano dopo tanto tempo.
Ripartire è difficilissimo, ma la strada ci chiama. Cambiamo autobus prima a Puerto Limòn e poi ancora a San Josè per giungere finalmente a Manuel Antonio che è già buio. Troviamo facilmente alloggio proprio dove inizia il sentiero che porta al Parque Nacional Manuel Antonio, il vero motivo per cui ci siamo spinti fino a qui. Il parco nazionale è sicuramente un luogo da non perdere. Bradipi, scimmie e svariate specie di uccelli vivono in totale libertà nel loro habitat naturale. Le spiagge sono stupende e i numerosi procioni che sbucano dalla foresta sull’arenile a caccia di cibo danno vita a scene di irresistibile ilarità. Col tempo infatti hanno imparato ad aprire gli zaini dei visitatori alla ricerca di qualcosa di commestibile che non esitano a rubare indegnamente. Il divertimento però non si ferma qui. Trascorriamo un intero pomeriggio a ridere fino alle lacrime osservando decide e decine di persone che nel tentativo di farsi fare una foto in riva al mare, vengono poi totalmente travolti dalle violente e fragorose onde. Lo so, siamo delle brutte persone, ma è più forte di noi. Specialmente le donne qui hanno l’abitudine di sistemarsi per bene prima dello scatto. Curano il trucco, la pettinatura e soprattutto la posizione del corpo, per poi essere scaraventate a terra e trascinate per alcuni metri dalla forza dell’acqua. Impossibile restare seri.
Passando per Quepos ci riavviciniamo alla capitale San Josè fino ad Alajuela dove ci attendono Franklin e Xinia. Ci sarebbe davvero tanto da dire su queste due persone eccezionali che hanno aperto la loro casa e i loro cuori a tre perfetti sconosciuti. Insieme a loro visiteremo i dintorni della città e l’affascinante vetta ancora attiva del vulcano Poàs.
Non potrò ringraziarli mai abbastanza per aver avuto la possibilità di conoscere il Costa Rica e la sua gente dall’interno in modo così autentico, ma soprattutto per averci dato l’affetto di una vera famiglia che, per coloro che come noi sono lontani da casa, è il dono più grande che si possa ricevere.
Tappa successiva la città di La Fortuna, per poter ammirare l’Arenal, un altro vulcano attivo che è possibile ammirare solo a distanza a causa del suo pericoloso eruttare di fumo e lava lungo le pendici. Uno spettacolo impressionante.
Degno di nota è anche il limitrofo parco nazionale tra cascate e terme naturali. Ci immergiamo nelle sue acque bollenti in piena notte circondati da una naturala altamente suggestiva. A rendere poi indimenticabile la serata sarà la nostra guida che inizierà magicamente a sfornare cocktail tipici del luogo. Risultato? Una mandria di ubriachi a mollo nell’acqua calda. Una serata divertentissima.
Ci dirigiamo verso Monteverde, località dove si dice venga praticato il miglio canopy al mondo. Le distanze che sulla mappa appaiono piuttosto brevi, in realtà sono ostacolate dalla mancanza di strade e dall’impossibilità quindi di poter attraversare zone boschive e corsi d’acqua. Ciononostante non possiamo rinunciare a questa occasione e le nostre aspettative non saranno affatto deluse. Il percorso di cavi sospesi tra albero e albero di oltre 4 km rappresenta già di per sé un’esperienza adrenalinica e da brividi, ma a questo si aggiungono anche il “Tarzan” e il “Superman”. Il primo è una sorta di bungee jumping in cui ci si lancia nel vuoto appesi a un albero giù per una vallata, mentre il secondo non è altro che una zip line di 1 km che collega due montagne alla quale si viene legati su schiena e gambe.
Attraversiamo Liberia e Playa Flamingo per poi fermarci a Playa Potrero dove conosceremo Holly, cara amica di una collega di Myriam che ci aveva raccomandato di andare a trovare se fossimo stati in zona. Holly, originaria di Varese è qui da 2 anni, ma ha vissuto in tanti paesi diversi. Oltre a lei c’è anche Lucia, la sua coinquilina pugliese.
Scopriamo presto che qui a Potrero vi sono ben tre interi villaggi di soli italiani, nel senso che per regolamento possono viverci solo ed esclusivamente italiani. Mi sembra una cosa davvero assurda.
Non sono proprio riuscito a comprendere bene i vari italiani presenti nella zona. Parlando con loro mi sono reso conto che tutti si lamentano dell’Italia, degli italiani e della vita che facevano prima. Alzarsi tutti i giorni per andare a lavorare, avere poco tempo per sé, ecc… Questioni più che comprensibili e condivisibili. Quando però chiedi loro di cosa si occupano qui in Costa Rica, rispondono che per ora non fanno nulla.
Quindi riassumendo odi l’Italia, gli italiani e il sistema che ti impone di lavorare tutti i giorni. La tua soluzione è trasferirti all’estero in un villaggio di soli italiani dove entri inevitabilmente all’interno dei medesimi meccanismi che ti infastidivano, ma dove puoi lamentarti tutto il tempo del tuo paese e, non si sa per quanto tempo, non fare nulla dalla mattina alla sera. Ammetto di essere perplesso.
Potrero è una località modesta dove non c’è molto, ma il suo fascino è proprio questo. L’assenza di inquinamento luminoso permette alla volta stellata di illuminare completamente il cielo. Le strade di terra battuta e i prati quando cala la notte vengono letteralmente invasi da centinaia di lucciole come non ne vedevo da tempo immemore. Le spiagge di Potrero poi sono fantastiche, Playa Penca in particolare, ma anche Playa Conchal. Pippo, uno dei cani adottati da Holly, non ci lascerà mai soli neanche per un minuto. Ci seguirà ovunque, anche in spiaggia. Inutile dire che avrei tanto voluto portarlo via con me. L’ultimo giorno ci ha accompagnato fino alla fermata del bus e una volta arrivato voleva salire anche lui. Non sono riuscito a trattenere le lacrime.
Varchiamo la frontiera a Peñas Blancas, anche questa volta nessun tipo di controllo a parte il passaporto. Il Costa Rica si è dimostrato un paese davvero affasciante per la sua gente, ma soprattutto per l’incredibile ricchezza e varietà di flora e fauna.
L’impatto con il Nicaragua è forte, per lo meno per quanto riguarda Sapoá, la sua città di frontiera. Sembra di essere piombati improvvisamente a Saingon, o in qualche metropoli asiatica. Un caos totale, ovunque veicoli, biciclette, orde di persone urlanti che ti offrono ogni genere di merce. Fortunatamente questo delirio dura poco. Saliamo subito su un autobus pubblico identico a quello giallo dei Simpson che ci porterà fino a Rivas. Dal finestrino del nostro mezzo il paese nicaraguense inizia a poco a poco a svelarsi ai nostri occhi. Le radicali differenze con il Costa Rica sono piuttosto evidenti. Il paesaggio appare decisamente più spoglio, quasi arido. Foreste, alberi e grossi arbusti qui lasciano spazio a campi infiniti e piantagioni basse. Gli abitanti hanno dei tratti somatici molto attraenti, sembrano un misto tra indigeni ed europei. Contrariamente a quanto letto sulle guide turistiche non mi sento per niente in pericolo, tutt’altro. Non capisco per quale motivo, ma sono pervaso da una sensazione di pace e serenità.
Da Rivas ci imbarchiamo verso Isla Ometepe. Il forte vento e il mare estremamente mosso mettono a dura prova la nostra navigazione. Dico mare, ma in realtà non si tratta di un mare. Il Lago Nicaragua (detto anche Lago Cocibolca) è però talmente grande da non riuscire a vederne la fine. Si tratta infatti del lago più grande di tutta l’America Latina. Giungiamo fortunatamente incolumi a Moyogalpa dove ancora una volta prendiamo un bus pubblico per Playa Venecia. Ormai si è fatto tardi e il buio cala avvolgendo ogni cosa. Quando l’autista ci fa cenno di scendere, ci accorgiamo che attorno a noi non c’è assolutamente niente. Prendiamo i nostri zaini e osserviamo i fari del nostro mezzo allontanarsi e con lui l’unica fonte di luce. Piomba su di noi una totale oscurità. Pochi istanti però per abituare la vista e restiamo esterrefatti guardando all’insù sopra le nostre teste. Un cielo stellato talmente bello che pare esser stato dipinto da un artista. Rinfrancati iniziamo a camminare su un sentiero sabbioso, verso quella che dovrebbe essere la direzione della finca che stiamo cercando. In realtà è l’unico alloggio disponibile, o per essere più precisi, l’unica struttura presente. Pochi metri e veniamo circondati da migliaia e migliaia di lucciole. Non riusciamo a credere ai nostri occhi, la scena appare surreale e meravigliosa. Con lo sguardo e il cuore pieno di emozione raggiungiamo finalmente la Finca Hotel Venecia. Il luogo è molto grazioso, curatissimo ed estremamente pulito. Gli standard appaiono come quelli europei con la differenza che i prezzi sono davvero bassissimi. Il personale poi è cortese e disponibile. Insomma abbiamo trovato un luogo dove rilassarci per bene e dove fare base per esplorare il resto dell’isola.
Visiteremo la riserva naturale e la Laguna Charco Verde, piccola ma carina. Poi la modesta cittadina di Altagracia e la Finca Magdalena per ammirare i petroglifi risalenti al 1500 a.c. realizzati dai primi abitanti dell’isola. Interessante, ma tutto lasciato a sé stesso e poco valorizzato. E infine Playa Santo Domingo dove è possibile fare il bagno con uno sfondo da cartolina delineato dalla bellezza di uno dei due vulcani presenti sull’isola. Nonostante la piacevole e rilassante ambientazione non c’è proprio da stare tranquillissimi in quanto sembra assurdo, ma le acque del Lago Nicaragua sono abitate da squali leuca, celebri per essere spesso imprevedibili e piuttosto aggressivi.
Rientrati a Rivas, ci spostiamo a Granada. Un vero e proprio gioiello multicolore dall’architettura coloniale. Curato nei minimi particolari e a misura d’uomo rappresenta sicuramente una delle destinazioni da non perdere assolutamente. Dopo tutti questi mesi riusciamo anche a mangiare una pizza molto simile alla nostra grazie ad una coppia di italiani che, trasferitisi qui, hanno aperto una pizzeria.Ci intratteniamo con loro volentieri per conoscere gli aspetti positivi e negativi della vita in questo paese.
Affascinante poi il vulcano Catarina il cui cratere è oramai pieno d’acqua. Piuttosto deludente invece il mercato Masaya.
Meta seguente Leòn, località sicuramente meno seducente rispetto a Granada, ma comunque molto piacevole e per molti versi più autentica perché non turistica.
Guasaule, città di frontiera divisa letteralmente in due, è il nostro punto di ingresso verso uno dei paesi più pericolosi al mondo.
I timori per ciò che ci attende in Honduras sono molti, ma in noi è più forte il desiderio di esplorare e di proseguire il nostro viaggio con un atteggiamento positivo. Ci rendiamo conto ovviamente che è necessario avanzare con cautela prendendo tutte le precauzioni necessarie per non esporci a inutili rischi. Purtroppo però non è così semplice. Feroci organizzazioni criminali chiamate Maras, detengono praticamente il controllo totale del paese. Le loro attività si espandono dal traffico di droga all’estorsione verso commercianti e ditte di trasporti. Gli omicidi sono all’ordine del giorno e in alcune città i dati giornalieri sembrano veri e propri bollettini di guerra. Ciononostante dietro a questo clima di violenza e insicurezza vive uno dei popoli più gentile e accogliente che abbia mai incontrato.
Seduta accanto a me nell’autobus c’è una ragazza del luogo che sembra essere allo stesso tempo incuriosita e intimorita da me. Ci osserva guardinga probabilmente tentando di comprendere quale lingua parliamo tra noi. Dopo un po’ si fa coraggio e con un filo di voce mi chiede da dove veniamo e come mai stiamo entrando in Honduras. Le spiego del nostro viaggio, ma non riesce a capire. Non comprende per quale motivo si possa viaggiare solo per il gusto di viaggiare. È evidente che si tratti di qualcosa che lei non lo ha mai fatto. Mi racconta che gli stranieri non vengono da queste parti e mi dice di fare molta attenzione perché il suo è un paese davvero molto pericoloso.
Vorremmo evitare la capitale Tegucigalpa, ma non è possibile. Dobbiamo cambiare autobus proprio qui. Fortunatamente alla dogana abbiamo fatto amicizia con un signore carinissimo diretto nella nostra stessa destinazione. Oltre ad averci atteso e aiutato a trovare i bus da prendere, una volta giunti a Comayagua telefona addirittura a sua sorella che in macchina ci viene a prendere e ci accompagna direttamente in albergo perché teme per la nostra incolumità. Non avevamo previsto di fermarci in questa cittadina, purtroppo però si è fatto tardi e viaggiare di notte in Honduras equivale a un suicidio. Ceniamo in un centro commerciale a pochi passi dal nostro alloggio. Qui facciamo la conoscenza di una famiglia locale che tra una chiacchera e l’altra finisce per invitarci a passare la notte a casa loro. Decliniamo con gratitudine dato che siamo solo di passaggio, ma restiamo sbalorditi dall’estrema gentilezza di queste persone che, nonostante tutto, si dimostrano così aperte e generose.
L’indomani ripreso il nostro cammino raggiungiamo finalmente il Lago de Yojoa. Il paesaggio è piacevole seppur non eccezionale, ma ci attendono emozioni degne di un vero esploratore. I fondali del lago infatti sono ricchi di reperti archeologici risalenti alla civiltà Lenca, successori dei Maya intorno al 500 a.c.. Il governo è riuscito ad acquistare i terreni circostanti al lago, purtroppo però non dispone delle risorse economiche per recuperare l’ingente quantitativo di oggetti antichi che la corrente spinge fino a riva. Tra i sassi e la terra troviamo decine e decine di punte di frecce, cocci di vasellame decorato, punte di coltelli antichi. Istintivamente vorremmo prendere tutto e portarlo al museo cittadino. Ci hanno informato però che sarebbe tutto inutile, dato che il museo poi rivende di nascosto i reperti che trova. Che tristezza lasciare tutte queste preziose testimonianze del passato a disintegrarsi e marcire nel terreno.
Lasciamo il lago con l’idea di trascorrere alcuni giorni di relax a Roatan, un’isola paradisiaca. Nonostante le distanze siano piuttosto modeste, le pessime condizioni stradali e la mancanza di collegamenti tra le varie città rallentano notevolmente il nostro avanzare. L’esercito poi occupa le strade con continui posti di blocco. In quanto stranieri, ad ogni avamposto ci vengono controllati minuziosamente i documenti.
L’ultimo luogo al mondo in cui vorremmo andare adesso è San Pedro Sula, la città col maggior numero di omicidi del paese. Purtroppo non abbiamo altra scelta, qualsiasi sia la nostra destinazione dobbiamo cambiare autobus proprio lì.
Seduto davanti accanto al conductor del nostro minivan, ascoltiamo alla radio la notizia che sulla stessa “carretera” che stiamo percorrendo, appena due ore prima c’è stato un assalto delle Maras ai danni di un minivan come il nostro. Per la prima volta da quando siamo partiti avvertiamo un po’ di nervosismo nell’aria. Non abbiamo paura, ma in questo clima di incertezza non capiamo fino a dove sia possibile spingerci. Ci sconsigliano vivamente la strada che collega San Pedro Sula e La Ceiba a causa delle continue e numerose aggressioni. Se vogliamo proseguire verso Roatan però non abbiamo alternative.
Ne parliamo a lungo e consapevoli di averla già scampata bella oggi, a malincuore decidiamo di saltare la nostra amata isola dirigendoci direttamente a Copàn. La cittadina è molto graziosa e ci sono un sacco di cose interessanti da fare. Tutto poi è talmente economico da permetterci la soddisfazione di toglierci qualche sfizio. Iniziamo con una piacevole cavalcata di 3 h per visitare i villaggi Lenca. A seguire ci immergiamo nel sito archeologico di Copàn che meriterebbe di certo maggior considerazione internazionale visto l’eccellente stato di conservazione dei sue alti steli di pietra incisi da bassorilievi. La natura circostante inoltre è prorompente ed offre riparo a numerosi pappagalli rossi che si aggirano indisturbati tra i prati e le fronde degli alberi secolari. Infine facciamo visita al Parque de Aves, un centro di recupero e reinserimento in natura di ben 181 specie di uccelli diversi. I vari esemplari non sono in gabbia, bensì completamente liberi o al massimo in strutture gigantesche che simulano il loro habitat. Si passeggia accanto ai vari esemplari, alcuni di loro si avvicinano e tentano di interagire con noi, come il meraviglioso tucano che curioso ci osserva a lungo per poi iniziare per gioco a mordicchiarci le scarpe. Ricorderò per sempre questa esperienza incredibile.
Ancora un cambio di veicolo a Santa Rosa per poi avanzare fino a La Esperanza. Come al solito sono seduto davanti con l’autista e una ragazza francese di nome Lisa che viaggia da sola e nella vita fa la traduttrice cinematografica. Il tema della conversazione presto si sposta sulle Maras e sulle problematiche legate all’insicurezza del paese. Lisa infatti mi chiede un parere perché essendo sola nutre diversi timori. All’inizio l’autista sembra non volerne parlare. Poi col passare del tempo probabilmente si rende conto di potersi fidare di noi e comincia a confidarsi. Ci racconta che ogni lunedì un tipo grosso, pelato e tutto tatuato in volto si presenta nel loro deposito e chiede l’equivalente di 90 euro, cifra altissima per l’economia di questo paese. Loro però non hanno scelta. A chi non vuole o non può pagare vengono rapinati e incendiati i minivan. Se ciò non basta e si continua a non pagare le conseguenze divengono ben più gravi. Qualsiasi tipo di attività subisce questo genere di estorsione, in silenzio, con rassegnazione. Nessuno è in grado o vuole aiutarli, dato che, la corruzione è talmente radicata da non esistere nessun tipo di ente a cui rivolgersi. Sembra tutto così assurdo. Mi sale una tale rabbia a pensare che non si possa fare niente per aiutare queste persone. Le Maras in questo modo tengono in ginocchio l’economia del paese, opprimendo un popolo straordinario
che è costretto a subire e patire questa triste realtà quotidiana.
La Esperanza è un paesino dal clima fresco, con una graziosa piazzetta, ma niente più. Nonostante di turisti qui non vi sia nemmeno l’ombra, esiste un ufficio di turismo. L’impiegata è gentilissima e visto che oltre a noi non c’è nessuno, ci fermiamo volentieri a fare due chiacchere. Dato che non sappiamo cosa fare, la ragazza ci propone di unirci gratuitamente a un suo amico che deve portare del materiale edile alle comunità lenca delle montagne. Cosa abbiamo da perdere? Saliamo così sul pick-up di Geovani restando fuori sul retro. Man mano che l’auto continua a salire sulla montagna il paesaggio accresce di fascino e autenticità. Ci fermiamo di continuo per far salire e scendere studenti e anziani a cui Geovani offre volentieri un passaggio senza naturalmente volere nulla in cambio. L’estrema cortesia e disponibilità di queste persone ci lascia senza parole. Tutto, attorno a noi, appare genuino e sincero. Attraversiamo diversi villaggi, osserviamo le donne che lavorano instancabili il telaio e acquistiamo qualcosa in modo da contribuire seppur con poco al benessere della comunità. Geovani poi ci accompagna anche a vedere una bellissima cascata del tutto nascosta che naturalmente conosce solo chi vive da queste parti.
Un aspetto che ci ha colpito positivamente è stata la quantità di studenti e di scuole incrociate lungo la strada. In un paese dove l’istruzione non è obbligatoria e dove un numero spaventoso di bambini è costretto a lavorare invece che studiare, vedere una tale partecipazione e dedizione verso il mondo dell’istruzione tra le montagne ci ha davvero sorpreso.
Ci spostiamo a Gracias, anche qui nulla di eccezionale, ma l’ambientazione è piacevole. Inoltre ci sono le terme. L’acqua che sgorga dalle profondità è caldissima e le piscine naturali sono avvolte dagli alberi della selva. Insomma uno stop rilassante e ristoratore.
Ora si presenta davanti a noi una scelta difficile che abbiamo rimandato in attesa che gli eventi ci dessero maggiori indicazioni a riguardo. Possiamo dirigerci verso nord ed entrare così in Guatemala, oppure possiamo virare a sud e varcare la frontiera di quello che è considerato forse il paese più pericoloso al mondo. In questi giorni ci siamo confrontati a lungo a riguardo, cercando di valutare accuratamente aspetti positivi e negativi. Ogni singolo individuo incontrato sul nostro cammino ci ha messo in guardia e sconsigliato vivamente dall’entrare a El Salvador. L’Honduras già di per sé è stato un grosso rischio che ci ha costretti nostro malgrado ad adottare diverse precauzioni. I racconti su El Salvador spaventano. D’altra parte però siamo qui, e non sappiamo se e quando ci ricapiterà questa occasione. Siamo consapevoli dei rischi, però ci rendiamo anche conto che se non entriamo solo perché abbiamo paura ce ne pentiremo per il resto della vita. Inoltre avevamo deciso fin dal primo giorno che il nostro viaggio sarebbe stato caratterizzato da un atteggiamento positivo e di apertura verso il prossimo. È nostro dovere quindi essere fedeli ai nostri ideali e alle nostre convinzioni. In cuor nostro sappiamo quale sia la decisione giusta.
Facciamo quindi rotta verso sud con qualche clausola però che concordiamo di imporci. Non trascorreremo più di una settimana a El Salvador, e soprattutto, ai primi segnali di estremo pericolo faremo dietro front e usciremo di corsa dal paese.
I punti di accesso sono ben pochi. Passando per Nueva Ocotepeque giungiamo alla dogana di El Poy. Nessun tipo di controllo, solo una rapida occhiata al passaporto e mio malgrado, nemmeno il timbro che per me rappresenta un nostalgico ricordo da collezionare.
Proprio come era già avvenuto entrando in Honduras, ci accorgiamo da subito che contrariamente a quel che si possa pensare la gente del posto è carinissima, cordiale e disponibile. Persino i poliziotti di frontiera si dimostrano simpatici e alla mano.
Arriviamo velocemente a La Palma, una mini cittadina conosciuta per i suoi murales disseminati tra le pareti delle case. Una rapida occhiata e ci rendiamo conto che non si tratta di nulla di speciale, così decidiamo di proseguire verso Suchitoto. L’autobus però ci lascia a un incrocio dove non vi è anima viva. Nessun villaggio all’orizzonte, solo una strada polverosa. Secondo quanto riferitoci dall’autista dobbiamo attendere un altro autobus che dovrebbe giungere a momenti. Gli orari in questo continente però sono più un’indicazione di massima che una certezza. Aspettiamo fiduciosi, ma inizia a farsi tardi e se non troviamo una soluzione presto sarà buio. Ci hanno raccomandato di non farci trovare in giro dopo le 18:00. Il nostro mezzo non arriva così, seppur con un po’ di incoscienza, decidiamo di fare l’autostop. Incredibilmente ogni singola auto o camion che passa si ferma e tutti cercano di aiutarci con estrema gentilezza. Non passa molto prima che due carinissimi signori ci carichino sul retro del loro pick-up. Giunti a destinazione non vorranno neppure accettare i pochi dollari che offriamo loro come ringraziamento.
Suchitoto è una piccola città molto gradevole dall’architettura coloniale. La sua piazza principale brulica di bancarelle di artisti e talentuosi artigiani. La cucina locale è squisita e i prezzi sono davvero bassissimi. Sono certo che lasceremo il paese con una forte dipendenza da pupusas, uno squisito piatto tipico salvadoregno venduto come street food un po’ ovunque.
Tra le pittoresche vie acciottolate sbucano di continuo gruppi di 4 militari, molto giovani, troppo giovani se vogliamo essere onesti. Camminano in formazione in mezzo alla strada con i mitra spianati e il dito sul grilletto, come se si aspettassero di essere attaccati all’improvviso da tutte le direzioni. Ai nostri occhi appare tutto surreale, quasi fossimo in una zona di guerra. Per quanto lo spettacolo non sia proprio rassicurante, grazie a queste numerose forze militari, Suchitoto è considerata una delle città più sicure del paese.
La capitale San Salvador al contrario gode di una pessima fama. Così sebbene ci sarebbero alcuni interessanti musei da non perdere decidiamo di attraversarla senza fermarci. La meta successiva si rivelerà purtroppo piuttosto deludente. Contrariamente infatti a quanto afferma la nostra guida, Santa Ana appare davvero brutta. I pochissimi hotel presenti sono scadenti, e le strade brulicano di gente poco raccomandabile. Inutile dire che qui in effetti non ci sentiamo assolutamente al sicuro.
Lasciamo El Salvador da San Cristobal Frontera un po’ delusi, ma consapevoli di non aver visitato diverse affascinanti località lungo la costa. Il nostro buon senso ha però avuto la meglio, impedendoci di correre rischi eccessivi. Nonostante tutto siamo molto felici di non aver rinunciato a questa esperienza, soprattutto, perché ci ha permesso di conoscere lo straordinario popolo salvadoregno, ben diverso da quello che ci aspettavamo.
Il peggio sembra essere passato. Guatemala City ci accoglie con tutta la sua vitalità e con uno spirito moderno e innovatore decisamente poco comune alle altre capitali centroamericane. Anche qui tutti ci danno una mano. Ci accompagnano sempre quando chiediamo indicazioni e addirittura non ci fanno pagare la metro di superficie dato che dispongo solo di grandi banconote e non ho monetine come richiesto.
Ad attenderci c’è una delle mete più affascinanti di tutto il nostro viaggio. Non è facile descrivere l’estrema bellezza di Antigua. Una città che sembra evocare il suo antico splendore tra i colori sgargianti delle abitazioni, numerose e suggestive chiese, pittoresche strade acciottolate e una cura per i dettagli e per la pulizia poco comune. L’aspetto poi che conquista del tutto è il ritmo di vita pacato e a misura d’uomo, nonostante una considerevole presenza turistica.
La popolazione guatemalteca è composta da un’enorme fetta di indigeni che conferisce al paese una ricchezza etnica e cultura straordinaria. In particolare colpiscono le donne, dalle bambine fino ad arrivare alle signore anziane, tutte appaiono sempre impeccabili e perfettamente in ordine nei loro tradizionali abiti variopinti. I colori delle stoffe e i motivi ricamati sono tantissimi e indicano il villaggio di provenienza.
Tra mercati, bancarelle e antiche rovine conosciamo anche Oliver, un amico di Christian, nato qui da papà statunitense e mamma italiana che sarà la nostra piacevole guida durante la nostra permanenza in città.
Familiarizziamo subito con la folle guida degli autisti guatemaltechi che non lesinano mai un sorpasso neanche in prossimità di una curva cieca. Cambiamo ben 4 minivan in meno di 3 ore, ma tutto con estrema velocità, in un sali-scendi-riparti continuo. Toccando così Chimaltenango, Los Encuentros e Sololá, giungiamo a Panajachel, località situata sulle rive dello strepitoso Lago di Atitlán.
Nell’ostello in cui alloggiamo conosciamo Cecilia una ragazza argentina dalle idee poco chiare. L’artista colombiano Angel e il simpaticissimo spagnolo Ruben. Trascorreremo con loro divertenti serate di festa condividendo le nostre storie, i nostri pensieri e le nostre convinzioni, brindando alla vita tra un bicchiere e l’altro.
Panajachel è la base ideale per visitare i villaggi indigeni attorno al lago, tutti raggiungibili comodamente da frequenti imbarcazioni che collegano le varie località. Prima tappa Santa Cruz, la meno visitata, probabilmente perché in effetti non offre molto, ma di certo appare come la meno turistica e quindi più autentica. Raggiungiamo poi a piedi Jabalito attraverso uno stretto sentiero che regala scorci paesaggistici mozzafiato. Il villaggio però è davvero deludente. Riprendiamo così una barca fino a San Marco ottima meta per chi ama le atmosfere un po’ bohemien. Vi sono molti ostelli carini e svariate possibilità di farsi fare massaggi o seguire corsi di meditazione. C’è persino una persona che fa corsi di macramè, disciplina per cui nutro un certo interesse in quanto durante questo viaggio ho iniziato ad apprenderla. Altro spostamento in barca e siamo a San Juan, pieno di tentatrici bancarelle e negozietti di artigianato indigeno da perdere la testa.
Salutati i villaggi del Lago Atitlán, appena 1 ora di autobus ci separa da quello che è considerato all’unanimità il mercato artigianale indigeno più bello di tutto il paese. Siamo a Chichicastenango!
La cittadina possiede un fascino particolare che naturalmente offre il meglio di sé la domenica, quando tutte le vie del centro si trasformano in un gigantesco, affollatissimo, mercato all’aperto. Un’esplosione di colori in un tale caos da rendere difficile orientarsi tra tendoni, bancarelle, e un via vai continuo di persone.
Le scalinate delle chiese possiedono un qualcosa di solenne e antico, quasi fossero lì a testimoniare un passato ancorato e radicato più che mai al presente. L’interno delle chiese ricordano quelle indigene dei villaggi messicani, strutture spartane in legno e centinaia di candele a terra a eludere l’oscurità.
Tra gli incontri fatti e gli episodi rilevanti sicuramente non dimenticheremo facilmente la famiglia proprietaria di un ristorantino non lontano da dove alloggiavamo. La prima sera avendo fatto un po’ tardi, a fine cena hanno voluto a tutti i costi riaccompagnarci in hotel perché temevano che potesse capitarci qualcosa di spiacevole camminando di notte da soli lungo le strade buie. Ancora oggi la cosa mi lascia senza parole. Non riesco proprio a immaginare un ristoratore in Italia che riaccompagna in hotel dei clienti perché teme che possano essere rapinati.
Cambio di autobus a Santa Cruz del Quiché e poi ancora a Uspantán per raggiungere Cobán. La città non offre granché, ma rappresenta un’ottima base per le escursioni dei dintorni.
L’idea iniziale era quella di visitare il parco “Biotopo del Quetzal”, con l’intento ovviamente di poter avvistare qualche esemplare del bellissimo uccello nazionale, per l’appunto il quetzal. All’ufficio di informazione turistica però, ci convincono che nell’adiacente parco “El ranchito del quetzal” se ne vedono molti di più. Così cambiamo i nostri piani, ma del quetzal neanche l’ombra. La delusione si dissolve velocemente il giorno seguente quando, passando per Lanquìn, giungiamo a Semuc Champey. Il luogo è a dir poco meraviglioso. Una serie di cascate disposte a gradoni, immerse nel verde lussureggiante della foresta e caratterizzate dal colore turchese e intenso delle sue fresche acquee. Lo scenario somiglia molto a quello di Plitviche in Croazia. Accostando le due foto le similitudini sono davvero notevoli. Col senno di poi ci pentiamo di aver intrapreso questa escursione solo in giornata, Semuc Champey meriterebbe senz’altro un soggiorno più lungo.
Niente da fare, gli autobus diretti, qui sembrano proprio non esistere. Ancora tanti cambi, ben 5 tra bus e barca, attraversando Sayaché e Flores per raggiungere El Remate, un piccolo villaggio situato sulle rive del Lago de Petén Itzá. Non lontano da qui sorge il celebre sito archeologico di Tikal. Prima di visitarlo però, seguiamo il consiglio sia di Oliver che di Robert (ragazzo americano proprietario dell’ostello in cui avevamo alloggiato presso il Lago de Yojoa in Honduras) di essere tra i pochissimi a esplorare le rovine maya di Yaxhá. La scelta si rivela azzeccatissima. Camminiamo per ore ed ore tra piramidi e antiche costruzioni straordinariamente conservate senza incontrare anima viva. Di tanto in tanto incrociamo qualche guardia parco con i quali scambiamo volentieri qualche parola, increduli che una meraviglia del genere non sia conosciuta e presa d’assalto dai turisti. Come avviene anche per molti altri siti anche Yaxhá sembra emergere dalle profondità della giungla, ma a rendere unico il paesaggio è l’adiacente laguna che regala incantevoli scorci, in particolare dalla cima della piramide 216. Decidiamo di salirci proprio a fine giornata, sul calar della sera, per poter ammirare il tramonto in tutte le sue sfaccettature. Ed è proprio qui che finalmente incontriamo altri visitatori, gli unici oltre a noi di tutta la giornata. Conosciamo così Aaron, un ragazzo americano che vive in questo paese, dove ha aperto un’agenzia turistica che organizza viaggi in Guatemala, Messico e Belize, dando un’impronta un po’ spirituale a tutta l’esperienza. È qui infatti con altri 5 ragazzi/e a cui fa da guida e ci racconta di aver pianificato l’intero itinerario per poter essere qui sulla cima della piramide 216 proprio in questo preciso momento durante l’ultimo tramonto prima del solstizio d’estate. Aaron sembra una brava persona, e anche se non sono particolarmente incline a credenze mistiche e quant’altro, devo ammettere che mi affascina il fatto di trovarmi per caso nel posto giusto al momento giusto. Vista l’esperienza di Aaron ne approfittiamo per fargli qualche domanda sul Belize e parlando della sicurezza, anche lui, ci dice una cosa che ci siamo sentiti dire una miriade di volte durante questi mesi: “Voi non dovete preoccuparvi della sicurezza, si vede come viaggiate, si vede come siete, non c’entrate niente con gli americani che fanno solo casino! Voi emanate un’energia positiva, troppo bella, non vi può capitare niente”.
Il giorno seguente è la volta di Tikal. Alle 06.00 del mattino siamo già dentro, un po’ per approfittare delle ore meno calde viste le alte temperature, e un po’ per cercare di evitare le folle di turisti. Come temevamo infatti i visitatori sono davvero tanti. Fortunatamente il sito archeologico è abbastanza grande da favorirne la dispersione, ma i luoghi più caratteristici sono comunque presi d’assalto. A rendere poi la vita difficile ci sono veri e propri sciami di zanzare estremamente aggressivi. Tutto appare poco curato. Non vi è alcun personale a controllare e infatti la gente ignorante si arrampica sulle rovine e getta rifiuti ovunque.
Se dovessi fare un confronto tra i due siti maya devo ammettere che nel complesso ho preferito senza alcun dubbio Yaxhá. Va detto però a dover di cronaca che la piazza centrale di Tikal è di una bellezza indescrivibile e sarebbe un vero peccato perdersela.
Ci dirigiamo a est verso la frontiera a bordo di un minivan di pazzi, in senso buono. Appena saliamo a bordo tutti iniziano a ridere e a scherzare con noi come se fossimo vecchi amici. Raggiunto Melchor de Mencos, a malincuore, ci lasciamo così alle spalle il Guatemala che si è rivelato essere per ora il paese più affascinante del centroamerica.
Varchiamo il confine con il Belize ed entriamo a Benque Viejo del Carmen. Le operazioni doganali sono velocissime e come al solito nessun tipo di controllo. Non sappiamo bene cosa aspettarci dal Belize. Le informazioni che abbiamo sono poche, ma la curiosità è tanta. Il primo trauma è dover cambiare lingua. La lingua ufficiale è l’inglese, sebbene la maggior parte degli adulti e degli anziani parlino correttamente spagnolo. Per i giovani il discorso invece è diverso in quanto profondamente fieri di essere una colonia inglese. La quasi totalità della popolazione è garifuna, quell’etnia di colore che già avevamo conosciuto a Panama e che non ci era piaciuta particolarmente. L’impressione avuta allora, purtroppo trova nuove conferme. Tutti appaiono maleducati, casinisti, ubriaconi e spesso arroganti.
Le dimensioni del paese sono piuttosto ridotte, ma i collegamenti lasciano un po’ a desiderare. Così passando prima per Dandriga, e poi per Indipendence saliamo su un motoscafo che ci conduce finalmente a Placencia. La cittadina è piccolissima, circa 800 m per 200 m. Le abitazioni sono dipinte con colori sgargianti, la sabbia è bianca e l’acqua inizia ad avere il tipico color caraibico. Siamo in bassa stagione, tutto appare molto calmo, così ne approfittiamo per riposarci un paio di giorni.
Ripreso il nostro cammino ci spostiamo a Hopkins, dipinta dalla Lonely Planet come una delle spiagge più belle del paese. Ben diversa è la situazione che troviamo al nostro arrivo. L’arenile è praticamente scomparso a causa dell’erosione ed è pieno di rifiuti. Come già avevamo avuto modo di constatare, anche qui i garifuna gettano senza alcun ritegno la spazzatura ovunque. Preferiamo quindi non fermarci e con lo stesso metodo utilizzato per arrivare ce ne andiamo facendo autostop fino a Dangriga. Qui prenderemo un autobus per Belize City. La capitale non gode di buona fama, ed effettivamente le voci sul suo conto sono vere, ma non abbiamo altra scelta che attraversarla se vogliamo imbracarci per Caye Caulker. Percorriamo a piedi il caotico e trafficato tragitto che va dalla stazione dei bus fino al porto. A terra numerosi ubriachi e drogati chiedono l’elemosina, ma l’impressione non è di essere in pericolo, in quanto nelle loro condizioni faticano persino a reggersi in piedi. Di certo però non è uno spettacolo che lascia indifferenti.
In 45 minuti di lancia siamo sull’isola. “Welcome to Paradise guys!”, ci accoglie un signore appena sbarcati. Difficile dargli torto. Il colore dell’acqua è impressionante. Limpida e trasparente dove il fondale è più basso e di un turchese acceso dove è più profondo. Troviamo facilmente una bellissima cabaña, spaziosa, con cucina e tutto a un prezzo irrisorio. L’unico difetto di questa piccola isola è che non ci sono vere e proprie spiagge, ma piuttosto dei pontili che si insinuano nel mare. C’è il pontile dove la sera ci si ritrova tutti a bere una birra ammirando il tramonto, c’è quello da cui ci si tuffa, e soprattutto c’è quello dove non vi è anima viva, in quanto mezzo crollato, che diventerà il nostro luogo preferito dove crogiolarci al sole e dove immergersi tra i pesci caraibici nell’acqua placida e ammaliante.
Decidiamo di partecipare a un’escursione di snorkeling della durata di quattro ore per poter osservare da vicino la barriera corallina, immergendoci in quella che da oltre 30 anni, è una riserva acquatica protetta. Tra le tante agenzie scegliamo l’unica che rispecchia il nostro modo di viaggiare, dimostrando un approccio nei confronti della natura più corretto ed ecosostenibile. Si raccomandano infatti di non toccare assolutamente gli animali o i coralli e si rifiutano categoricamente di dar da mangiare agli squali per attirarli. Cose che dovrebbero essere abbastanza scontate, ma purtroppo non lo sono dato che tutte le altre compagnie utilizzano questi metodi. Ci attende una delle esperienze più sorprendenti e indimenticabili della nostra vita. Una piccola imbarcazione ci conduce al largo fino a un punto in cui l’acqua sembra quasi entrare in una baia invisibile. Ci buttiamo in mare armati solo di pinne, occhiali e boccaglio. La corrente è piuttosto forte, ma lo sforzo viene presto ricompensato. Guardo giù e ai miei occhi appare come per magia un mondo nuovo! Mai visto nulla del genere in vita mia. Sembra di essere in un documentario di Super Quark! Piante marine e coralli giganteschi danno vita a un’esplosione di colori sgargianti impressionati. Alcuni coralli hanno le sembianze di enormi cervelli! Attorno a noi migliaia di pesci tropicali, dai più piccoli agli enormi barracuda. E ancora gigantesche mante nere ricoperte da puntini bianchi che sbattendo le “ali” sembrano volare in acqua. All’improvviso la guida mi afferra per un braccio e mi fa cenno di guardare alla mia destra, per poco non mi viene addosso una tartaruga marina grande quanto me! Poi è la volta degli squali, così maestosi nei loro movimenti da intimorire non poco, sebbene sembrino del tutto incuranti della nostra presenza.
Non essendo abituato a respirare dalla bocca così a lungo, purtroppo dopo un’oretta di immersione sono costretto a tornare in barca perché sento che mi manca il respiro. Invece di stare meglio però, complice probabilmente il continuo oscillare dell’imbarcazione, il mio malessere aumenta, costringendomi a non rientrare più in acqua. Questo sarà uno dei miei più grandi rimpianti. Myriam e Christian infatti incontrano tre esemplari di lamantini, fermi e ritti l’uno di fronte all’altro, quasi stessero dialogando tra loro sul fondo del mare. Il tutto però non dura tanto da permettermi di buttarmi in acqua. Il cretino di turno infatti, proveniente da un’altra imbarcazione, si avvicina troppo mettendo ovviamente in fuga questi animali meravigliosi!
Durante il nostro tour abbiamo conosciuto un simpatico ragazzo tedesco che ha vissuto un anno a Venezia e una carinissima coppia californiana in viaggio di nozze, Audrey e Brandon. Tornati in terraferma decidiamo di andare prima a bere qualcosa sul molo ammirando così il tramonto sul mare, per poi proseguire la serata cenando tutti insieme. Come sempre una bella occasione per conoscere persone nuove e confrontare culture diverse.
Trascorse ormai ben 4 notti in questo paradiso giunge purtroppo l’ora di afferrare i nostri zaini e proseguire la nostra avventura. Ritorniamo così a Belize City da dove prenderemo un autobus che ci porterà direttamente oltre confine.
Il Belize è un paese che mi ha lasciato un po’ perplesso e combattuto. Da un lato le zone turistiche come Placencia e Caye Caulker sono a dir poco favolose. Dall’altro basta addentrarsi verso l’interno del paese o semplicemente nelle zone più residenziali per trovare contrastanti situazioni di degrado.
Superati i controlli della dogana messicana, questa volta fin troppo scrupolosi, il bus ci lascia a Chetumal. Dopo quasi 9 anni dalla mia precedente esperienza zaino in spalla in queste zone (America Latina 2005-2006 insieme a Christian e Simone), finalmente sono di nuovo in Messico!
Chetumal ha ben poco di interessante da offrire e ormai si è fatta sera. Molti ci hanno parlato bene della Laguna Bacalar, ma sebbene si trovi a soli 50 km di distanza esiste un solo autobus al giorno che parte in tarda mattinata. Questo ci rallenterebbe troppo, e la voglia di ripartire è tanta. Gli alberghi dei dintorni poi sono cari e piuttosto scadenti. Decidiamo così di trascorrere la notte all’interno del terminal e di prendere il primo bus per Tulum delle 04:45 del mattino.
Il terminal di Tulum si trova nel centro della cittadina, ben lontano dalle sue spiagge da sogno. Così prima di dirigerci verso la costa, ne approfittiamo per fare una bella spesa alimentare per i prossimi giorni e, in particolare, per riempire l’intero bagagliaio del nostro taxi di bottiglie di Corona! Il litorale è lungo, ma noi sappiamo già dove farci lasciare. Vicinissimo all’entrata del sito archeologico sorgono delle capanne sulla spiaggia, un po’ spartane, ma molto affascianti dato che offrono la possibilità di alloggiare praticamente sulla spiaggia addormentandosi con il dolce suono delle onde del mare. Il complesso alberghiero è stato ampliato rispetto a un tempo, ma i veri cambiamenti ci attendono sull’arenile. Quella che una volta era una distesa bianca totalmente deserta, oggi ospita ristoranti, resort, imbarcazioni che portano i turisti a fare snorkeling. Di certo ha perso una parte del suo fascino selvaggio, ma nonostante tutto resta ancora una delle spiagge più belle mai viste. Fine sabbia bianchissima, acqua calda dall’azzurro intenso, e palme da cocco che offrono ristoro e riparo dal sole. Certo durante il weekend di gente ce n’è parecchia, ma gli altri giorni sembra quasi di rivedere il paradiso che abbiamo lasciato anni fa.
Nonostante di strada da fare ce ne sia ancora tanta avevamo deciso che giunti a Tulum ci saremmo concessi una pausa dal nostro vagabondare. Trascorriamo quindi ben 5 giorni in totale relax.
Prima di andarcene però Christian ed io andiamo a visitare il complesso archeologico maya che si trova a soli 8 min di cammino dalle nostre cabañas. Il biglietto di ingresso è davvero economico, ma per entrare c’è una bella coda composta soprattutto da americani e italiani. Di per sé le rovine non sono nulla di eccezionale se paragonate a quelle di Palenque, Chichén Itzà, o agli altri siti visitati in centroamerica. La vegetazione però e soprattutto il mar dei caraibi che fa da sfondo al complesso rendono unico ed estremamente affascinante il paesaggio.
Viaggiamo tutta la notte per coprire la distanza che ci separa da San Cristobal de las Casas. Purtroppo mentre tutti dormono due coppie a bordo vengono derubate. Eventi come questi sono molto comuni durante i tragitti notturni. Per questo motivo è necessario prestare la massima attenzione e custodire sempre addosso i propri valori. I poveri sventurati avevano lasciato denaro e documenti nel borsone situato in alto all’interno della cappelliera o nel bagaglio a terra tra le gambe, ma verso il corridoio.
San Cristobal al contrario di Tulum sembra non essere cambiata affatto. L’atmosfera allegra e spensierata che la caratterizzano è rimasta invariata. Tutti sorridono, tutti appaiono aperti e pronti al dialogo. Si tratta indubbiamente della città coloniale più attraente di tutto il paese. Variopinte case dai colori sgargianti si affacciano a vie pedonali di acciottolato dando vita a un vero e proprio spettacolo per gli occhi.
A tutto ciò si aggiungono mercatini artigianali indigeni, artisti di strada e squisiti caffè francesi sorti un po’ ovunque. Per queste ragioni e per molte altre San Cristobal è così tanto amata dai mochileros e dagli spiriti un po’ bohemien. È difficile da spiegare, ma questa città possiede la capacità di sedurre e conquistare completamente al primo sguardo. Il rischio è quello di rimane bloccati qui, rimandando di giorno in giorno la partenza.
Tutto attorno a San Cristobal sorgono piccoli villaggi indigeni. Dedichiamo così una giornata alla visita di San Juan Chamula, di certo il più interessante tra tutti. La pittoresca chiesa cittadina viene ridipinta ogni tre mesi, sempre con colori sgargianti. È chiaro quindi che ci appaia diversa rispetto a un tempo. A non essere cambiato invece è lo scenario che riserva al suo interno. Inginocchiati a terra sulla paglia i fedeli pregano ad alta voce, ma in modo totalmente autonomo e individuale. Le parole che si propagano nell’aria insieme a fitti fumi di incenso sembrano provenire da un antico passato, e infatti la lingua parlata è quella maya. Centinaia e centinaia di candele illuminano l’oscurità aggiungendo ancor più fascino a questo luogo carico di sacralità e misticismo.
Viaggiamo tutta la notte fino a Salina Cruz, il nostro obbiettivo è “Playa la Ventosa”. Parlando con i locali però scopriamo che non è poi così vicina e soprattutto che non ci sono alloggi. Questo ci costringerebbe a fare avanti e indietro e soprattutto a dormire a Salina Cruz, località che ci hanno sconsigliato per ragioni di sicurezza. Fatte le dovute considerazioni quindi si prosegue. Un’ora dopo siamo già a bordo di un autobus diretto a Oaxaca. La città è davvero enorme, sembra essersi ingrandita molto, ma soprattutto sembra essere migliorata sotto tutti i punti di vista. Il quartiere storico in particolare appare curato, variopinto, tranquillo, insomma a misura d’uomo. Oaxaca è poi anche una città universitaria, perennemente in festa e celebre per il suo fervore culturale.
La nostra prossima tappa è caratterizzata da un alone di mistero. Sono mesi infatti che cerchiamo informazioni precise su Hierve el Agua senza riuscire ad ottenere granché. Persino i viaggiatori più incalliti sembrano non averne mai sentito parlare. Nonostante il dubbio che non esista ci sia venuto, non vogliamo arrenderci, e i nostri sforzi verranno ampiamente ricompensati. Un autobus pubblico ci porta fino a Mitla da dove, cercando cercando, scoviamo un camioncino che ci condurrà a Hierve el Agua. La strada è polverosa, dissestata e piena di curve. Sicuramente non si tratta di un tragitto piacevole, ma nemmeno così difficile da giustificare lo scarsissimo numero di visitatori che si spingono fino a qui. Lo spettacolo che si presenza dinnanzi ai nostri occhi è impressionante. Una serie di cascate pietrificate e pozze naturali scavate nella roccia dall’acqua termale che sgorga prepotente dal sottosuolo. Il tutto situato sulla cima di uno strapiombo da brividi con tutta la vallata a fare da scenografia. È mattina presto, e siamo completamente soli. Inutile spiegare il piacere di immergersi all’interno delle piscine naturali in totale solitudine con un paesaggio del genere.
Verso l’ora di pranzo compaiono diverse persone, motivo che ci spinge a rivestirci e ad esplorare un po’ i dintorni. Imbocchiamo un sentiero che conduce a diversi punti panoramici per poi scendere lungo le cascate pietrificate. Notiamo dei primitivi condotti d’acqua scavati nella roccia, forse dai maya. La sensazione infatti è proprio quella di trovarsi in una zona archeologica. Come già avvenuto in Honduras, trovo un’antica punta di freccia conficcata nel terreno. Questa volta non in ossidiana, bensì realizzata con un minerale bianco dotato di qualche sfumatura rosea. Sarebbe bello proseguire lungo il sentiero che attraversa la vallata scomparendo all’orizzonte, ma purtroppo si è fatto tardi e dobbiamo tornare indietro.
Altro viaggio notturno fino a Pochutla, da dove con un collectivo raggiungiamo velocemente Mazunte, una località che molti ci hanno consigliato di non lasciarci sfuggire. Si tratta di un minuscolo villaggio costiero dotato di una bellissima spiaggia resa ancor più affascinante da enormi ammassi rocciosi che spiccano in mezzo all’oceano. Le onde sono alte e decisamente violente, ma il loro infrangersi sulla battigia sarà l’unico suono udibile in questo luogo così placido e sereno.
Ci lasciamo convincere a fare un’escursione in barca per vedere i delfini e nuotare con loro. Ci garantiscono al 100% che ci sono. Dopo 3 ore di navigazione dei delfini neanche l’ombra. Avvistiamo solo qualche uccello e due tartarughe impegnate in atti non adatti ai minori. Finiamo poi anche a litigare con la guida che per far divertire i soliti turisti americani si butta in acqua, afferra una delle tartarughe e la porta praticamente a bordo per farla toccare e fotografare da quei quattro ignoranti. Una giornata da dimenticare.
Degno di nota invece il mio incontro casuale con Mary Carmen Barròn, una signora che si occupa di cerimonie tradizionali temazcalli, meditazione e massaggi. Insomma una specie di curandera. Oltre ad entrare subito in sintonia con lei, mi rendo conto che possiede una considerevole preparazione scientifica sul corpo umano, nervi, agopuntura, digitopressione e quant’altro. Considerando che da anni ho un problema al collo che nessuno riesce a risolvere e soprattutto che per 2 ore di massaggio chiede l’equivalente di 22 euro, senza ulteriori indugi provo ad affidarmi alle sue mani esperte. Nonostante non sia incline agli aspetti mistici, a maggior ragione quando vengono associati a tecniche di guarigione, decido di darle fiducia e, pur consapevole delle mie riserve, mi impongo di ascoltarla con mente aperta senza giudicare le sue parole. All’inizio mi mette ritto in piedi davanti al fumo sacro, una specie di incenso. Poi mi passa delle piume sul corpo pregando ad alta voce. Mi osserva e afferma che ho qualche problema di stomaco e che sto maltrattando i miei reni. In effetti da qualche giorno avevo qualche disturbo, e, per quanto riguarda i reni, sono purtroppo solito bere pochissimo. Nessuna rivelazione sconvolgente comunque. Ad essere sconvolgente invece è la sua bravura nel messaggio. Intanto capisce subito che ho qualcosa di strano al collo e utilizzando delle ampolle di vetro insieme ad alcuni bastoncini infuocati, crea dei vuoti d’aria appoggiandoli sul mio corpo. Poi preme in determinati punti, soprattutto di mani e piedi che a suo dire sono collegati con gli organi interni. Terminate le 2 ore di massaggio vuole leggermi i miei nahuel. Sinceramente non so nemmeno cosa siano, ma la lascio fare. Osserva i miei spiriti guida e in qualche modo cerca di capire che tipo di persona sono. Mi dice che con le parole sono in grado di far credere al moribondo di essere sano e viceversa al sano che sta per morire. Poi rimanendo in tema dice che non posso morire in un incidente perché il mio spirito guida è la Morte. Afferma che possiedo un potere più grande del suo, ma che non so utilizzarlo. Dice che posso prevedere la morte degli altri attraverso il sogno e proprio per questo non sogno mai, come se mi fossi costruito una barriera mentale, un muro difensivo. In effetti, avrà anche avuto fortuna, ma è vero, non sogno mai o, se sogno, non ricordo assolutamente nulla. Infine mi dice quasi commossa, che il mio cuore è carico di malinconia e di tristezza e che devo liberarmene donandole al mare.
Al di là di tutte queste cose poco credibili seppur di innegabile fascino, l’esperienza si è rivelata davvero ottima. Tant’è vero che dopo tempo immemore non sento alcun dolore al collo e riesco a muoverlo perfettamente. Anche Christian e Myriam il giorno seguente decidono di andare a trovare Mary e ne usciranno entusiasti e sconvolti. Rivela loro infatti alcune informazioni molto personali che non avrebbe potuto sapere in nessun modo. Coincidenze? Per quanto io sia scettico in materia non vedo come possa aver azzeccato dettagli familiari così precisi e particolari semplicemente buttando lì a caso.
Mary ha da poco acquistato un terreno vicino a Puerto Escondido dove intente trasferirsi. È diretta proprio lì e, dato che Puerto Escondido è la nostra prossima destinazione si offre di darci un passaggio. Naturalmente anche in questo lei ci vede un segno del destino, un destino che ci ha volutamente fatti incontrare.
Puerto Escondido durante il mio primo viaggio zaino in spalla di alcuni anni fa (America Latina 2005-2006 insieme a Christian e Simone) è stato un luogo magico che ha lasciato dentro di noi un segno indelebile. Senza indugi quindi ci dirigiamo verso Playa Marinero con l’intento di alloggiare nuovamente nelle nostre vecchie cabañas sulla spiaggia. La delusione però è tanta. Le basiche, ma affascinanti capanne di paglia con solo sabbia a terra hanno lasciato il posto a tristissime e fatiscenti capanne di cemento. Come se non bastasse poi Playa Marinero è stata deturpata da palazzoni osceni, delle vere colate di cemento che rovinano completamente la bellezza del paesaggio.
Avviliti ci spostiamo a Playa Zicatela, la celebra spiaggia dei surfisti che, contrariamente a quanto ci aspettassimo è migliorata molto. Troviamo facilmente una stupenda cabaña di legno fronte mare, dotata di cucina, bagno privato, e persino di piscina, il tutto a un prezzo davvero ridicolo. Abbiamo tutti gli ingredienti per dare il via ai folli festeggiamenti per il compleanno di Christian! Non potevamo capitare in un luogo migliore di questo. Party in piscina a tutte le ore e Corona a fiumi.
L’ultimo giorno conosciamo Lin, transessuale venezuelano, fuggita dal suo paese dove la situazione è divenuta insostenibile e particolarmente drammatica.
Dopo 5 notti di festa e relax giunge il momento di lasciare anche Puerto Escondido.
Per l’ennesima volta cerchiamo di guadagnare tempo coprendo le lunghe distanze con autobus notturni. Quando l’autista annuncia l’arrivo ad Acapulco il sole deve ancora sorgere. Attendiamo un’oretta prima di muoverci, consapevoli che nonostante le apparenze possano ingannare, ci troviamo in una delle città più pericolose di tutto il Messico. Al di là dell’aspetto legato alla sicurezza, Acapulco non ci ha mai entusiasmati. Troppo caos, troppo smog, troppo turismo di massa e soprattutto un caldo infernale. Anni fa però avevamo scoperto per caso una piccola località molto carina a soli 5 km di distanza da qui. Siamo diretti infatti a Piè de la Cuesta. Constatiamo nostro malgrado che anche qui lo sviluppo urbano è proseguito senza alcun ritegno. Ciononostante resta comunque una meta piacevole dove poter oziare su un’amaca, all’ombra di un ombrellone di paglia, sorseggiando un buon cocktail. L’aspetto più interessante poi è che Piè de la Cuesta sembra essere riservata esclusivamente alle vacanze dei messicani, turisti stranieri non ce ne sono, infatti siamo gli unici.
Una notte veniamo svegliati da un temporale violentissimo. Il cielo è illuminato a giorno da centinaia di lampi che attraversano l’oscurità in tutte le direzioni. Non mi era mai capitato di vedere lampi infrangersi orizzontalmente nella volta celeste. Che spettacolo ammirare la forza prorompente della natura. L’intera casa dove alloggiamo è sveglia e, dato che il nostro alloggio è al primo piano nel sottotetto, la padrona di casa ci invita a scendere in una delle stanze più nuove in cemento al piano terra.
Scampato il pericolo della nottata senza grandi conseguenze, Myriam ed io facciamo un salto ad Acapulco per acquistare i biglietti per Città del Messico, approfittandone anche per fare un giro.
Ad attenderci nella capitale c’è Tadashi, un ex collega del fratello di Myriam che abbiamo avuto il piacere di conoscere in Italia e che, saputo del nostro viaggio, ci ha generosamente invitati a casa sua. Nato da madre messicana e padre giapponese, anche Tadashi un tempo era un mochilero proprio come noi. Durante il suo girovagare però ha conosciuto Angelica qui in Messico e ha deciso così di fermarsi. Oggi sono sposati e hanno una splendida bambina di nome Hiromi, che in giapponese significa “la più bella”.
Per noi è davvero una gran fortuna poter vivere Città del Messico e i suoi dintorni dall’interno, attraverso gli occhi di chi ci abita. Tadashi e Angelica poi sono due persone davvero carine che si prodigheranno per cercare di farci vedere il più possibile e soprattutto di farci assaggiare tutte le squisite prelibatezze tipiche della cucina locale.
Durante il weekend Tadashi e Angelica approfittando di essere liberi da impegni lavorativi ci fanno da ciceroni permettendoci di visitare luoghi poco conosciuti e lontani dalla capitale. Prima tappa la cittadina di Pachuca, seguita poi da Real del Monte, interessante località di montagna celebre più che altro per i suoi pastes! Si tratta di una specie di sofficini al forno riempiti con svariati ingredienti talmente buoni da aver fatto nascere un festival a loro dedicati.
Terza tappa i Primas Basalticos, un impressionante complesso naturale di cascate che si infrangono su colonne di rocce dalla bizzarra forma a prisma. Tale conformazione è dovuta al raffreddamento improvviso della roccia lavica. Un vero spettacolo.
Quarta tappa il famoso sito archeologico di Teotihuachan. Avendo già visitato la quasi totalità delle più celebri rovine maya e azteche, il timore è quello di trovarci davanti a qualcosa di già visto e rivisto. E invece niente affatto. Le dimensioni di Teotihuachan sono davvero impressionanti, ci troviamo infatti di fronte alla piramide più grande di tutta l’America Latina. Sculture, incisioni, templi, tutto si trova in uno stato di conservazione straordinario.
Il secondo giorno restiamo più in zona buttandoci prima nella mischia del mercato di Xochimilco per poi unirci alle tradizioni locali a bordo delle folcloristiche trajineras. Queste colorate imbarcazioni infatti vengono utilizzate soprattutto la domenica da famiglie e amici come sede di veri e propri festosi picnic da guinnes dei primati.
La sera cena in famiglia dai gentilissimi genitori di Angelica.
Tadashi, Angelica, Hiromi e le loro famiglie sono stati tutti così carini con noi che non sappiamo come ringraziarli. Non vogliamo comunque pesare più del necessario. Decidiamo così di lasciarli un po’ tranquilli e di trascorrere gli ultimi 3 giorni nel pieno centro della capitale.
Nonostante si tratti di una vera e propria metropoli, Città del Messico ha davvero molto da offrire. Prima di tutto una quantità impressionante di musei imperdibili. Come lasciarsi sfuggire l’occasione di ammirare da vicino le straordinarie tele di Frida Kahlo al Museo Dolores Olmedo o nella Casa Museo di Frida Kahlo. Come dimenticarsi poi dell’enorme Museo Antropologico o del Museo Soumaya che solo per l’architettura del suo futuristico palazzo merita assolutamente una visita. A completare poi il quadro di questa vibrante capitale sono alcuni dei suoi quartieri più affascinanti e a misura d’uomo come quello di Coyoacán.
Per la nostra ultima cena decidiamo di incontrare Tadashi e Angelica per un ultimo saluto.
Conclusione
Sembra impossibile, ma siamo giunti al termine di questo lungo viaggio durato 6 mesi. Abbiamo vissuto intensamente ogni singolo instante rendendoci conto di come un semplice giorno racchiuda in sé la possibilità di rivoluzionare tutto completamente. Mi spiego meglio. Quando sono a casa, la mattina mi alzo, mi preparo e vado in ufficio. Quando finisco di lavorare ormai di tempo libero ne resta ben poco, così tra la stanchezza e qualche commissione, il più delle volte le giornate finiscono così, con la sensazione di non aver combinato nulla. Durante questo viaggio ogni giorno ci siamo dedicati a centinaia di cose diverse, abbiamo conosciuto persone nuove, cercato di fare più esperienze possibili imparando tutto ciò che ci potesse arricchire e stimolare. Le attività delle solite 24 ore sono state talmente tante da alterare la nostra percezione temporale, dandoci l’illusione che i giorni corrispondessero a settimane, le settimane a mesi. I 6 mesi trascorsi quindi sì sono stati tanti, ma per noi sono durati molto più di 6 mesi. È stato come vagare per anni in piena e totale libertà, con l’animo privo di qualsiasi peso e il cuore aperto al mondo.
La cosa che più ci ha colpito è stato ciò che ci siamo sentiti ripetere innumerevoli volte da persone totalmente diverse e in paesi diversi. Tutti coloro che abbiamo incrociato nel nostro cammino ripetevano sempre la stessa cosa e cioè che in noi vedevano qualcosa di speciale. Affermavano che era più che evidente che portassimo con noi una positività contagiosa e che proprio grazie ad essa nulla di male ci sarebbe mai potuto accadere. Personalmente non credo che fossimo speciali o che portassimo con noi il buonumore, ma è anche vero che se così tante persone hanno percepito questo fattore un motivo ci sarà pur stato. Secondo me tutto può essere ricondotto ad un concetto semplicissimo e forse persino banale. A mio parere eravamo solo felici, e la felicità si sa è contagiosa. Affrontare ogni avvenimento con il sorriso, sdrammatizzando invece di arrabbiarsi o preoccuparsi, cercando sempre di non prendersi mai troppo sul serio. Questo tipo di attitudine rappresenta già un buon punto di partenza per essere felici.
Ci eravamo prefissati di lasciarci andare completamente cercando di guardare solo agli aspetti positivi della vita, del mondo e delle persone. Non sempre è stato facile, ma ci eravamo imposti di tenere lontano ogni paura di sorta e di fidarci del prossimo. Qualcuno dirà che siamo stati solo fortunati, ma io non credo che sia così. Al Mondo vi sono tante cose terribili, è innegabile. Così come ci sono tante persone terribili. Il punto però è che si tende a parlare e a ricordarsi solo di queste, tralasciando il piccolo particolare che la stragrande maggioranza della popolazione di qualsiasi paese è invece composta da persone straordinarie, generose e pronte a dare una mano a tre perfetti sconosciuti come noi senza aspettarsi assolutamente nulla in cambio.
Quando sento parlare con disprezzo, arroganza o superficialità di razze, religioni, convinzioni politiche, tendenze sessuali, mi rendo conto che l’unico vero grande ostacolo è sempre e solo la paura. La paura di ciò che è diverso da noi, la paura di ciò che non conosciamo. Il mio consiglio è sempre lo stesso. Viaggiate. Viaggiate il più possibile e fermatevi qualche istante a conoscere chi incrocia il vostro cammino, non solo i luoghi, ma coloro che li abitano. Scoprirete che in realtà siamo tutti uguali, vogliamo tutti le stesse cose e ciò che ci differenzia gli uni dagli altri è quanto di più interessante abbiamo da offrire al prossimo e quanto di più straordinario abbiamo da tramandare a chi verrà dopo di noi. L’odio non è mai la risposta. Tutto ciò che facciamo nella vita non è forse un modo per farci voler bene un po’ di più?
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Un pensiero riguardo “America Latina 2014 (insieme a Myriam e Christian)”